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Conflitto di interessi: cosa divide e cosa unisce le proposte di Pd e M5S

Il conflitto di interessi approda in Parlamento dopo le elezioni europee. Dal 29 maggio le due proposte di legge del Movimento 5 stelle e le due del Pd saranno all’esame della commissione Affari costituzionali della Camera. I Democratici hanno annunciato infatti anche un provvedimento contro il conflitto “macroscopico” della Casaleggio associati. Così lo definisce il deputato Francesco Boccia, che presenta un provvedimento (il primo pensato per i conflitti delle piattaforme web) che chiama in causa l’azienda di Davide Casaleggio, accusata di «selezionare un terzo del Parlamento e più di mezzo governo» senza essere un partito. «Faccia business o eviti di fare politica», è l’aut aut del Pd.

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Incarichi governo vietati a chi ha grandi patrimoni
Per il conflitto di interessi dunque si avvia l’iter a Montecitorio. La presidenza della commissione guidata da Giuseppe Brescia, del M5s, ha calendarizzato le proposte. Una è firmata da Anna Macina: il testo è pronto (in tutto 17 articoli) e regola i conflitti delle cariche di governo (statali e locali) e dei componenti delle Autorità di garanzia e vigilanza. Gli incarichi sono incompatibili con la proprietà, il possesso o la disponibilità di partecipazioni superiori al 2 per cento del capitale sociale di un’impresa che svolga la propria attività in regime di autorizzazione o concessione rilasciata dallo Stato, dalle regioni o dagli enti locali, di un’impresa che sia titolare di diritti esclusivi o operi in regime di monopolio, di imprese che operino nei settori della radiotelevisione e dell’editoria o della diffusione tramite internet, nonché di altre imprese di interesse nazionale.

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M5S: retromarcia sul tetto a 10 milioni di patrimonio
La norma depositata dalla deputata M5S Anna Macina non prevede più, come era emerso da alcune anticipazioni, che scatti l’incompatibilità per chi ha patrimoni immobiliari o mobiliari oltre i 10 milioni di euro. A ribadirlo il vicepremier Luigi Di Maio, che ha già annunciato che quella norma sarà cassata perché «non è un crimine essere ricchi in questo Paese». Già l’alleato leghista di governo aveva stoppato la proposta: :«È una follia pensare che se uno ha avuto successo nella vita e possiede 10 milioni è un criminale». aveva detto il sottosegretario leghista Edoardo Rixi. La proposta Macina, a questo punto, diventa quella “ufficiale” del M5S per quel che riguarda i conflitti di interessi per le cariche di governo, anche se sarà sempre suscettibile di modifica durante l’iter parlamentare.

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Le incompatibilità dei parlamentari
L’altra proposta M5s è di Fabiana Dadone. Il testo contiene disposizioni in materia di conflitti di interessi, ineleggibilità e incompatibilità dei parlamentari. E si definiscono pertanto le condizioni di conflitto di interessi «nell’alveo delle cariche ricoperte o delle proprietà, del possesso o della disponibilità di partecipazioni societarie in realtà economiche che abbiano rapporti con lo Stato». Questa proposta prevede il conflitto di interessi per chi è «proprietario, possessore o abbia la disponibilità di partecipazioni superiori al 5 per cento del capitale sociale, ovvero anche inferiore a tale percentuale in caso di società con un volume di affari superiore a 10 milioni di euro annui» che ha rapporti con la pubblica amministrazione, o svolge la sua attività in regime di autorizzazione o concessione oppure opera in settori strategici per l’interesse nazionale

La proposta Pd e l’ipotesi blind trust
In commissione ci sarà pure la proposta di Emanuele Fiano (deputato Pd vicino alla componente di Maurizio Martina): «Introduce la possibilità di trovare una soluzione preventiva a eventuali conflitti di interesse attraverso la comunicazione all’Authority, la gestione, la vendita di partecipazioni», ha spiegato il deputato. Nei casi di conflitto di interessi più rilevante si ipotizza una forma di affidamento in gestione dei beni e delle attività patrimoniali assimilabili al cosiddetto « blind trust » (gestione cieca). E resta la possibilità, come extrema ratio, della vendita delle attività e dei beni di colui che si trova in situazioni di conflitto.

Dalla difesa al credito, i settori strategici a rischio conflitto di interessi
Questo avviene quando il titolare della carica di governo nazionale «possieda, anche per interposta persona o tramite società fiduciarie, partecipazioni rilevanti nei settori della difesa, dell’energia, del credito, delle opere pubbliche di preminente interesse nazionale, delle comunicazioni e dell’editoria di rilevanza nazionale, dei servizi pubblici erogati in concessione o autorizzazione, nonché in imprese operanti nel settore pubblicitario, oppure quando la concentrazione degli interessi patrimoniali e finanziari in capo al titolare della carica di governo siano tali da condizionare l’esercizio delle funzioni pubbliche ad esso attribuite o da alterare le regole di mercato relative alla libera concorrenza.

I conflitti di interesse delle piattaforme web
Con lui c’è Francesco Boccia (Pd), che gli affianca il disegno di legge sul conflitto di interessi digitale: si applicherebbe ai politici che dipendono da società private che usano piattaforme on line per influenzare le scelte politiche, attraverso l’analisi e la canalizzazione delle opinioni degli elettori. Manca il nome ma che il bersaglio sia la piattaforma Rousseau, la creatura di Davide Casaleggio, è evidente a tutti in Parlamento.

Il nodo dei sistemi di profilazione
La proposta Boccia del Pd intende «contrastare le ipotesi in cui il titolare di una carica pubblica dipende in tutto o in parte, in sede di elezione e/o nelle proprie scelte politiche, da soggetti o società private che utilizzino sistemi di profilazione e di nundging, tecniche sino a ieri adoperate solo per scopi commerciali e che, invece, oggi sono usate per influenzare le scelte politiche mediante l’analisi e la conseguente canalizzazione degli umori e del sentiment degli elettori». In tal modo – si spiega nella proposta di legge – è «l’interesse privato e non più l’interesse generale della collettività a influenzare in via esclusiva l’adempimento dei doveri istituzionali. Si altera così la nozione di democrazia, non più intesa come partecipativa – ovvero sede di condivisione di idee e di programmi – ma come mero strumento per orientare le scelte ei contenuti di attori inconsapevoli».

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