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Conte vuole semplificare le norme italiane, ma quelle che ha scritto finora sono incomprensibili

Riuscirà l’uomo che ha creato una selva di task force, prodotto Dpcm e Faq come se piovesse, redatto un decreto di 500 pagine, a diventare il demiurgo della Grande Semplificazione? È una delle tante nemesi di questo tempo strano: l’avvocato civilista GIuseppe Conte, incline più al garbuglio che alla chiarezza, si propone – «tempo due o tre settimane», ha detto su uno scalone del Senato – nientemeno di

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varare un decreto che semplifichi le procedure per far ripartire più speditamente un Paese con le gomme a terra aggredendo le irrazionalità del sistema delle opere pubbliche.

Il premier insomma dovrà fare l’esatto contrario di quello che ha fatto sinora. Egli infatti allestì una specie di Azione parallela di musiliana memoria erigendo un monumento di carte a sostegno di misure le più disparate; riversò sugli italiani fiumi di parole da fargli venire mal di testa all’ora di cena; sguinzagliò poliziotti e carabinieri per verificare il rispetto di norme che nemmeno loro potevano aver chiare; inventò il gioco delle Faq, vero Lascia o raddoppia delle leggi. 

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«L’azzecagarbugli si ingarbuglia», disse Giancarlo Giorgetti davanti all’orgiastico accatastarsi di norme incomprensibili, quando giunse il momento di stabilire fin dove arrivasse la forza di un’amicizia o di un amore (magari clandestino) per rendere legittimo un incontro. 

Lo ha scritto bene il professor Francesco Verbaro sul Sole 24 Ore: «Basti guardare i contenuti degli ultimi provvedimenti adottati ultimamente: scritti alla cieca da chi non conosce il tessuto sociale e produttivo del nostro Paese. Prima si scrivono le norme e poi si cerca di capire a chi si devono applicare. Con i destinatari che cercano di ricostruire la volontà del legislatore attraverso webinar, linee guida, consulenti o attendendo chiarimenti con il decreto successivo. Il nostro modo di legiferare, appunto burocratico, sta creando un’incertezza che invece di ridurre l’emergenza economica e sanitaria si somma a queste».

Per questo si parlò e si parla di un’attitudine intimamente autoritaria del premier: perché solo i sostenitori di uno Stato sostanzialmente illiberale possono avallare l’oscurità della legge, poiché la democrazia avanza con la trasparenza e arretra dinanzi al latinorum, ai lacci e lacciuoli, ai grovigli d’interessi non sempre legittimi. 

E per cultura, persino nel modo di parlare, per postura intellettuale, l’avvocato Conte è uomo affascinato dall’astratto rispetto della forma, peraltro spesso in modo zoppicante (lo ha rilevato mille volte Sabino Cassese), e in difficoltà a vedere la complessità normativa al servizio di un progetto generale. 

Progetto generale che naturalmente non ha, né lui personalmente né la sua maggioranza allegramente composita. Già si sente infatti qualche distinguo, Graziano Delrio per esempio, sulla necessità di togliere qualche vincolo. E chissà che diranno i grillini, che per cultura – diciamo così – sono portati a non toccare nulla, ché il malaffare è sempre dietro l’angolo, come recita il davighismo.

Per questo, la grande apertura che Conte ha fatto verso il leit motiv di Italia viva, cioè il piano-shock a lui consegnato da Maria Elena Boschi, non mancherà di sollevare problemi nella maggioranza. Starà all’avvocato sbrogliarsela, in solo 20 giorni, cercando di riuscire dove tutti fallirono: ne sa qualcosa anche Matteo Renzi che nell’anno di grazia 2014 annunciò addirittura «una lotta violenta» contro la burocrazia. Vedremo se ci riuscirà con le buone maniere e il belletto della retorica pretorile l’avvocato Conte. Magari con l’ausilio di una nutrita task force.

Conte vuole semplificare le norme italiane, ma quelle che ha scritto finora sono incomprensibili

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