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Da Renzi a Salvini, la sindrome del «cappello in mano» verso la Ue

Uno europeista convinto. L’altro euroscettico e sovranista. Eppure sia l’ex premier Matteo Renzi che il leader della Lega e attuale vice-premier Matteo Salvini sono accomunati da un «atteggiamento muscolare» nei confronti delle istituzioni comunitarie, con l’obiettivo di ricontrattare i vincoli europei. In questo braccio di ferro lancia in resta con Bruxelles colpisce un linguaggio spesso simile e un’immagine che sia Renzi che Salvini utilizzano in continuazione: l’Italia si farà rispettare e non è più disposta a trattare con Bruxelles «con il cappello in mano».

Salvini: non sto nella Ue con cappello in mano
L’ultima volta è stato martedì. «Non mi monto la testa nonostante i 9 milioni di voti: ho voglia di andare a ricontrattare il nostro modo di essere parte di questa comunità europea. Voglio continuare orgogliosamente ad essere parte di questa comunità ma senza più il cappello in mano usando per gli italiani i soldi degli italiani» ha detto, il ministro dell’Interno e vicepremier, Matteo Salvini, a Ferrara in un comizio. Ma si tratta di un concetto ribadito in lungo e in largo. « L’Europa ci chiede di aumentare l’Iva? L’Europa non ci può dire cosa fare. Non andremo con il cappello in mano come Monti e Renzi» ha tuonato Salvini il 6 maggio ad Aversa. E ancora nel Pisano il 4 maggio: «L’Italia sta facendo la storia e la convention dei leader sovranisti di tutti i paesi europei a Milano il 18 maggio lo dimostra. Non siamo più un paese che va in giro con il cappello in mano. Oggi l’Italia è orgogliosa e libera».

Da Conte a Di Maio espressioni simili
L’espressione ha fatto breccia anche nel presidente del Consiglio, se è vero che Giuseppe Conte, in conferenza stampa a Bruxelles, dopo il Consiglio Ue lo scorso 14 dicembre, nel presentare la legge di bilancio ha scandito: «L’Italia non è con il cappello in mano, ha elaborato una manovra ben costruita, ben meditata e anche quest’ultimo passaggio non è frutto di un ripensamento dell’ultima ora». Neppure il vice-premier Luigi Di Maio risulta immune da questa sorta di sindrome. «Prima di spread e dei parametri di Bruxelles vengono i cittadini italiani con i loro diritti essenziali. E se dovremo pretendere qualcosa in Europa non andremo col cappello in mano ma chiederemo i margini per poter spendere come seconda forza manifatturiera in Europa e che da 20 miliardi e ne vede rientrare 10-12» ha tuonato dal palco di Teramo un anno fa nel corso di un’iniziativa elettorale.

A Renzi il record di citazioni
Ma la paternità di questa espressione, utilizzata a ripetizione, è forse ascrivibile all’ex premier ed ex segretario dem Matteo Renzi. Era da un mese presidente del Consiglio e già da Bruxelles puntualizzava: «Siamo l’Italia, questo atteggiamento subalterno e supino di venire in Europa con il cappello in mano io non ce l’avrò mai». Tre mesi dopo, all’indomani di un vertice a Bruxelles, reclamava così maggiori margini di flessibilità: «La partita si sposta dall’Europa in Italia. Abbiamo fatto capire che siamo un Paese forte, che si fa rispettare. Adesso però la palla è tutta nel nostro campo. Tocca a noi in Italia fare le riforme se vogliamo la flessibilità dall’Europa». E in una cena di finanziamento del Pd a Milano nel novembre 2014 rincarava la dose: «A qualche nostro dirigente che pensa di far carriera a Bruxelles solo parlando male dell’Italia dobbiamo dire che e’ finito il tempo in cui si era rappresentati con il cappello in mano a chiedere l’elemosina in Europa».

La strategia dell’attacco
Una strategia quella di andare all’attacco in Europa, che Renzi ha continuato a praticare nei suoi tre anni di governo. «Io sono un europeista nel midollo, voglio una Ue che funzioni, con regole uguali per tutti, senza doppi standard» diceva l’ex premier a gennaio 2016, ai tempi dello scontro con il presidente della commissione Ue Juncker. Il “casus belli” era a quei tempi lo stop italiano sui fondi alla Turchia: «Juncker e Merkel si sono arrabbiati. Noi dovremmo dare 200-250 milioni ma in cambio chiediamo che i soldi siano fuori dal patto di stabilità: se viene riconosciuto lo 0,2% della clausola dei migranti» inserito in manovra, «domani firmiamo» avvisava Renzi. E schierava le truppe: «I burocrati italiani non abbiano terrore. La sindrome di Calimero io non ce l’ho, le istituzioni europee non sono il vangelo e noi non siamo isolati. Io non vado col cappello in mano come ha fatto in passato tutta una generazione di politici».

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