La spesa per interessi crescerà dai 64 miliardi di quest’anno ai 73,7 messi in programma nel 2022. Risultato: nei prossimi tre anni il servizio al debito costerà in media il 9,1% in più di oggi. In valore assoluto, il conto aggiuntivo accumula 17,4 miliardi in tre anni. Le tabelle del Def pubblicate dal ministero dell’Economia non si limitano a misurare l’aumento di peso degli interessi. Ma ne spiegano le ragioni. Ad allargare «il differenziale di rendimento rispetto ai principali Paesi dell’area euro», si legge a pagina 81 del programma di stabilità, sono state le «forti tensioni sul mercato dei titoli di Stato» alimentate dalle «vicende politiche che hanno caratterizzato la formazione del governo italiano» e «l’elaborazione del programma del nuovo governo». E le tensioni geopolitiche internazionali che hanno remato nella stessa direzione.

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La lettura non è inedita, ma in questo caso a offrirla è lo stesso governo. Che spiega anche le conseguenze: «Il debito -si legge a pagina 67 del Documento – toglie risorse importanti alla finanza pubblica, in quanto allocate al pagamento degli interessi, e rappresenta un fardello per le generazioni future».

LA SPESA PER INTERESSI E IL PESO DI TASSE E CONTRIBUTI

Uno sforzo di realismo che sarebbe stato apprezzato da Sergio Mattarella, fortemente preoccupato – invece – dalla prospettiva dei conti pubblici e dal difficile passaggio della prossima legge di bilancio. Il clima che accompagna le elezioni europee ha alzato la temperatura dello scontro tra i due vicepremier e com’è naturale al Colle ci si prepara a ogni opzione, inclusa quella del voto anticipato in autunno, ma l’attenzione è costantemente rivolta alla tenuta della finanza pubblica, come pure è accaduto nelle settimane che hanno preceduto la stesura della scorsa legge di bilancio quando Mattarella usò la sua moral suasion anche con la Commissione Ue. Per il momento restano le rassicurazioni del Governo sulla permanenza di Tria, la cui eventuale uscita prima delle europee creerebbe fibrillazioni sui mercati che proprio un Def scritto con realismo punta invece ad allontanare. Che il passaggio della manovra 2020 sia arduo non è solo in cima ai pensieri del capo dello Stato ma si ritrova in tanti passaggi del Documento.

È del resto lo stesso ministro dell’Economia Tria ad avvertire che per tenere la linea tracciata nel Def e rifinanziare le sole spese obbligatorie (missioni internazionali, pubblico impiego e così via) serviranno «coperture di notevole entità». Tradotto: per evitare gli aumenti Iva e avviare la Flat Tax senza toccare i saldi servirebbero più di 40 miliardi. Cifre complicate da gestire con la campagna elettorale per le europee alle prime battute. E infatti «le aliquote non saliranno», ripetono in coro Salvini e Di Maio.

Ad appesantire il problema è la frenata della crescita, che nei nuovi calcoli può puntare al massimo allo 0,2% per quest’anno e allo 0,8% nei tre successivi. I numeri «prudenti» promossi da Tria hanno ottenuto ieri un primo obiettivo, con la validazione ufficiale delle stime da parte dell’ufficio parlamentare del bilancio. Ma anche l’Upb, approvando il tendenziale ha sottolineato i «non trascurabili rischi di ribasso». E la forbice strettissima fra tendenziale e programmatico non dovrebbe creare troppi problemi nemmeno nel giudizio del quadro programmatico, che arriverà con le audizioni parlamentari: audizioni che inizieranno a Palazzo Madama lunedì e termineranno mercoledì con l’intervento di Tria.

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