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Depressione proletaria: no, il male di vivere non è un’esclusiva borghese

Ma guardiamoci intorno: i salari sono stagnanti o in calo per la maggior parte delle famiglie, molti (soprattutto i giovani) vivono in una condizione di permanente instabilità e chi ha la fortuna di avere un impiego stabile lavora più ore rispetto a un contadino medievale. Gli spazi pubblici sono pochi e sempre più privatizzati: i luoghi in cui sia possibile socializzare senza spendere, infatti, sono sempre meno.

Molte delle nostre professioni, inoltre, sono più che mai caratterizzate da quella che Marx, riferendosi alla Rivoluzione industriale, chiamava “teoria dell’alienazione”. Molti lavoratori sono cioè privati della soddisfazione di produrre qualcosa che si vede e di cui essere orgogliosi. Se il proprio lavoro – dove trascorriamo la maggior parte del nostro tempo da svegli – è percepito come senza significato, la salute psichica non può che risentirne. Eppure non dare priorità al lavoro è impensabile, non solo perché dà da mangiare, ma perché la nostra autostima è interamente misurata dalla nostra produzione economica. Mentre la nostra immagine pubblica, veicolata dai social, è modellata – consapevolmente o meno – intorno a principi aziendali e su paragoni sempre più costanti. Come possiamo pensare che tutti questi fattori non influiscano sulla nostra salute mentale?

Non solo, il capitalismo contemporaneo è promotore e incarnazione di un’ideologia molto estrema, l’individualismo, che vede il motore vitale nel profitto personale e nella competizione, escludendo l’aspetto cooperativo. Ed essendoci, formalmente, un’uguaglianza di opportunità (la solita, ma sempre sottovalutata dicotomia tra uguaglianza di diritto e uguaglianza effettiva) per qualunque sconfitta, per qualunque disagio, per qualsiasi ritardo o svantaggio, in questo conflitto globale permanente l’unica persona da incolpare resta sé stessi, con il risultato che l’ansia da prestazione addirittura precede la sconfitta, e a volta la determina.

I molti studi sull’infanzia dimostrano come la competizione estrema, intesa come paura di non emergere, terrore della mediocrità e peso del giudizio altrui, si formi già prestissimo. Mostrano anche come la componente genetica sia radicalmente surclassata da quella ambientale. Le patologie come depressione e nevrosi, infatti, sono ereditarie solo per il 30%, mentre i bambini adottati provenienti da un contesto disagiato, una volta approdati in una situazione più confortevole e meno emergenziale, sono in grado di recuperare moltissimi gap. Per tutti gli altri lo svantaggio comincia prima della nascita e si accumula sempre di più lungo il corso della vita. Ma un approccio che prenda in considerazione l’impatto dei determinanti sociali potrebbe fare molto per tamponare i fattori di rischio e ridurre lo svantaggio, anziché amplificarlo.

È importante intraprendere azioni per migliorare le condizioni di vita quotidiane, iniziando dal momento della nascita. L’importanza delle primissime esperienze per determinare ciò che diventeremo dovrebbero essere un imperativo per creare società in cui i genitori abbiano sempre più possibilità di andare incontro alle esigenze dei figli. Un altro aspetto su cui lavorare è la coesione sociale. Uno dei motivi per cui il fascismo è in aumento in Occidente è perché è in grado di dare un senso, uno scopo e un’idea di collettività, per quanto imbastita sull’emarginazione e sull’odio per l’altro.

L’errore principale è considerare i problemi di salute mentale come qualcosa di naturale e ineluttabile, e quindi da scaricare totalmente sull’individuo, con una privatizzazione dello stress che non fa che aumentare lo stigma e l’isolamento. Qualsiasi campagna sulla salute mentale è inutile se non promuove la lotta alla povertà e, soprattutto, alle diseguaglianze: quel che serve è assumersi la responsabilità sociale di evitare l’evitabile.

https://www.linkiesta.it/it/article/2019/04/18/borghesia-depressione-poverta-capitalismo/41802/

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