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Ecco perché il decreto sicurezza bis fa acqua da tutte le parti

Infatti, con il d.l. n. 53/2019, il ministro dell’Interno – di concerto con il ministro della difesa e con il ministro delle infrastrutture e dei trasporti, informandone il presidente del Consiglio dei ministri – «può limitare o vietare l’ingresso, il transito o la sosta di navi nel mare territoriale, salvo che si tratti di naviglio militare o di navi in servizio governativo non commerciale, per motivi di ordine e sicurezza pubblica ovvero quando si concretizzano le condizioni di cui all’articolo 19, comma 2, lettera g), limitatamente alle violazioni delle leggi di immigrazione vigenti, della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del Mare (…)». La disposizione, attraverso il richiamo alla Convenzione di Montego Bay, fa riferimento al cosiddetto “passaggio pregiudizievole” o “non inoffensivo” di una nave con riguardo al reato di favoreggiamento di immigrazione irregolare di cui all’art. 12 del Testo unico sull’immigrazione; e legittima il ministro dell’Interno a intervenire quando “si concretizzano” condizioni che fanno reputare sussistente tale reato. Ma la “concretizzazione” di un reato può essere accertata solo dall’autorità giudiziaria, mentre con la disposizione suddetta è l’autorità amministrativa che valuta se il reato vi sia e agisce di conseguenza. E, soprattutto, in tale valutazione, su cui si fonda il potere del ministro dell’Interno di vietare transito e sosta nelle acque territoriali, è insito un pericoloso automatismo, lo stesso su cui si basa la citata presunzione di colpevolezza delle Ong (nel caso Sea Watch 3 Salvini parla di «complici di scafisti e trafficanti»): nel salvataggio di naufraghi, chi non accetta di farsi coordinare dalle autorità Sar (Search and Rescue) competenti per il tratto di mare in cui si trova ed entra in acque italiane, chiedendo l’assegnazione di un place of safety per sbarcare i migranti, viola la legge e, volendo trasferire sul territorio italiano migranti irregolari, mette in pericolo il Paese.

In questi casi, il passaggio della nave non è mai “inoffensivo” e quindi, in automatico, può scattare l’intervento del ministro dell’Interno ai sensi del nuovo decreto. Il “teorema” esposto – su cui si fonda l’impianto della parte sull’immigrazione del decreto sicurezza bis, come detto – non considera il fatto che l’evento di soccorso può essersi verificato in acque di responsabilità libiche, che l’autorità da cui le navi rifiutino di farsi coordinare può essere la guardia costiera libica e che è legittimo non portare i migranti in un posto non sicuro. In altri termini, il decreto esprime la totale noncuranza di quanto «Ampiamente documentato in molti rapporti delle Nazioni Unite e delle ONG»: e cioè che «I migranti in Libia sono soggetti a diverse violazioni dei diritti umani, tra cui il traffico di persone, prolungate detenzioni arbitrarie in condizioni disumane, torture e maltrattamenti, uccisioni illegali, stupri e altre forme di violenza sessuale, lavori forzati, estorsioni e sfruttamento. Pertanto, la Libia non può essere considerata un posto sicuro ai fini dello sbarco dei migranti» (Onu, lettera del 15 maggio scorso del Commissario per i Diritti Umani al ministro degli Esteri italiano). Ma non basta.

Il decreto sembra non considerare la possibilità di situazioni in cui sia necessario portare a terra persone in pericolo per la propria salute: in questi casi, al di là di qualunque motivo ostativo accampato pubblicamente dal ministro, si imporrebbe comunque lo sbarco, dato che la nave è un mezzo di soccorso e l’assistenza a bordo è solo una fase dell’operazione di salvataggio. In altri termini, «Il diritto alla vita deve prevalere sulla legislazione nazionale ed europea, sugli accordi bilaterali, sui protocolli d’intesa e su ogni altra decisione politica o amministrativa intesa a “combattere l’immigrazione irregolare”» (ONU). Molte sarebbero le disposizioni in tema di immigrazione da commentare: tra le altre, quella sugli «interventi di cooperazione (…) con finalità premiali», tesi a finanziare Stati che consentano la riammissione nel proprio territorio di migranti irregolari, slegata da qualunque considerazione circa obiettivi di sviluppo dei Paesi cui i fondi sono destinati, quindi concepita non come una forma di collaborazione, ma come una contropartita con l’uso opaco di denaro corrisposto al dittatore africano di turno. Ma è meglio fermarsi a questo punto e verificare il funzionamento del decreto nel caso Sea Watch 3: con l’auspicio che non faccia troppi danni.

https://www.linkiesta.it/it/article/2019/06/17/decreto-sicurezza-bis-migranti-perche-non-va-bene/42549/

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