La terza spallata di Matteo Salvini per i pieni poteri è stata respinta, questa volta dall’Appennino alla Sila, dopo la prima al Papeete e la seconda alla Corte Costituzionale. Gli elettori del Partito democratico hanno tenuto, mentre quelli dei Cinque stelle si sono volatilizzati. I democratici sono il primo partito in entrambe le regioni dove si è votato, mentre in Calabria la Lega è andata sotto Forza Italia ed è stata raggiunta dalla Meloni, con i grillini che hanno meno voti del numero dei percettori locali del reddito di cittadinanza. Meglio di così non poteva andare, soprattutto se adesso se ne trarranno le conseguenze politiche che a questo punto sono quelle del lancio di un’agenda di governo riformista con tanti saluti alle sciocchezze e ai condizionamenti grillo-leghisti del Conte uno e del Conte due.

Il voto di domenica ha allontanato la prospettiva di elezioni anticipate e soprattutto ha ridimensionato il peso politico dei Cinque Stelle. Il Pd ha blandito i grilli i per un anno, assecondando le loro richieste e annuendo alle loro proposte, nella prospettiva di convincerli a un’alleanza strategica oppure di svuotarli elettoralmente. Ora che i Cinque stelle sono letteralmente senza capo né coda e, soprattutto, senza voti, sarebbe grottesco continuare a farsi dettare l’agenda da un partitino del 3 per cento.

L’opportunità per il Pd e per Italia Viva è enorme perché adesso possono far cambiare rotta al governo e avviare una grande stagione di progetti utili al paese, senza l’assillo del “così si fa un favore a Salvini” e senza l’intralcio dei grillini.

Su alcuni temi, la parte riformista della maggioranza potrebbe anche trovare un’intesa con i radicali di Più Europa e con i calendiani di Azione e magari anche con i garantisti di Mara Carfagna. Ora che Salvini è stato sconfitto e che i Cinque Stelle sembrano destinati all’estinzione, il governo dovrebbe impegnarsi amcancellare l’abolizione della prescrizione, ad approvare lo ius culturae, a rifinanziare gli investimenti tecnologici per le imprese e gli incentivi alle assunzioni dei lavoratori, ad abolire quota cento, a preparare una nuova legge elettorale e a far partire i cantieri per un grande piano di infrastrutture che rimetta in moto l’economia e modernizzi il paese. Senza dimenticare che tra due anni questo Parlamento eleggerà il Presidente della Repubblica.

Nei prossimi mesi, intanto, ci saranno alcuni appuntamenti elettorali importanti, dalle suppletive a Roma, Napoli e Terni, alle regionali in Puglia, Campania e Toscana, dove una rinnovata spinta riformatrice della maggioranza avrebbe il dovere di riequilibrare le candidature individuate prima del voto in Emilia-Romagna e di non presentare demagoghi e masanielli, da sostituire invece con figure rappresentative del mondo antipopulista.

Il 29 marzo, poi, ci sarà anche il referendum costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari, l’ultima possibilità di fermare una delle riforme più strampalate di sempre che rischia di ingolfare i lavori del Parlamento. Su questo punto sarà impossibile convincere quel che resta dei grillini a cambiare idea e altrettanto improbabile pensare che Matteo Renzi voglia impelagarsi in un’altra campagna di consultazione popolare. Ma difendere il Parlamento dal tentativo di mutilare la democrazia rappresentativa è una battaglia giusta e necessaria per mettere in sicurezza le istituzioni repubblicane dagli attacchi dei populisti e dei sovranisti.

https://www.linkiesta.it/it/article/2020/01/28/emilia-romagna-elezioni-salvini/45217/

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