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Home Politica

Edilizia e insegnamenti innovativi, la ricetta di Anna Ascani per salvare la scuola

by Redazione
6 Ottobre 2019
in Politica
Reading Time: 5 mins read
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Mentre il dibattito pubblico sull’istruzione si impantana sulle dichiarazioni del neo ministro grillino Lorenzo Fioramonti – dalla tassa sulle merendine al crocifisso in aula; giusto l’altro ieri sono saltati fuori nell’ordine il figlio alla scuola inglese, gli scheletri nell’armadio social e la storia a mo’ di Trono di Spade – pare che ci si sia dimenticati di quelli che sono i veri problemi della scuola. Fra precariato, stipendi bassi e crolli strutturali, però, gli ultimi rapporti – Education at a Glance dell’Ocse da un lato, Cittadinanzattiva sull’edilizia scolastica dall’altro – regalano un quadro a tinte fosche, che richiederebbe di essere guardato con attenzione. Linkiesta ha raggiunto al telefono Anna Ascani, 32 anni questo mese, vicepresidente del Pd e oggi viceministro del Miur, per parlarne. La vice mette le mani avanti: «L’unica cosa su cui non rispondo sono le polemiche su Fioramonti», dice.

Possiamo almeno chiederle come si sta trovando con il ministro? È positiva sulla possibilità di una collaborazione fruttuosa?
Per ora abbiamo fatto bene, raggiungendo un buon accordo con i sindacati sui precari qualche giorno fa. Stiamo lavorando alla stesura del decreto che andrà in Consiglio dei ministri. Poi la capacità di collaborare si misura sulle cose che si fanno, non sulla simpatia reciproca. In questo momento stiamo lavorando insieme e qualche risultato sta arrivando.

A proposito di simpatie, aveva già dichiarato che questo governo non sarebbe stato la sua scelta preferita …
So bene che questo governo nasce come soluzione di emergenza e che siamo forze politiche che sono e restano diverse, ma so anche che abbiamo il dovere di dimostrare nel concreto che questo governo ha un senso: i cittadini aspettano i fatti, sulla scuola e su tutti gli altri temi all’ordine del giorno.

Il nuovo rapporto Ocse sulla scuola ci ha messo nuovamente sotto gli occhi una fotografia impietosa: abbiamo una classe docente anziana, poco pagata, pochi studenti vanno all’università e sono in aumento i Neet, quelli che non studiano e non lavorano. Nei prossimi dieci anni avremo oltre 1 milione di studenti in meno e metà degli insegnanti andranno in pensione. Si tratta di fattori di contesto importanti. Ora si è dichiarato che la scuola non subirà tagli in legge di bilancio, ma considerando che siamo già tra quelli che spendono meno in istruzione (il 3,6% del Pil su una media Ocse del 5%), come si convince un Paese che la scuola è un investimento e non una spesa?
Anzitutto dobbiamo tenere presente che dal 2007 in avanti la scuola ha subito tagli almeno fino al 2015, quando la tanto vituperata legge 107 ha avuto almeno il merito di restituire al mondo della scuola 4 miliardi più 10 miliardi per l’edilizia scolastica. Evidentemente paghiamo un deficit di lungo periodo, aggravato dal fatto che nel momento della crisi economica più pesante dal secondo dopoguerra, gli altri paesi hanno investito in istruzione e ricerca, mentre l’Italia ha tagliato, quindi recuperare quel deficit diventa davvero complicato. In più, noi stiamo costruendo una legge di bilancio che parte da -23 miliardi, quindi il primo obiettivo di questo governo naturalmente era trovare le risorse per evitare un aumento dell’Iva. Io sono molto contenta che per una volta non si siano cercate le risorse nel mondo della scuola, dell’università e della ricerca, e che ci siano piccoli ma simbolici finanziamenti anche al mondo dell’istruzione. Li vedremo dettagliati nella legge di bilancio, che arriverà intorno al 20 di ottobre, ma sarà un messaggio assolutamente positivo per questo mondo. Per il resto, c’è molto da fare. Il Paese credo sappia perfettamente che quello sulla scuola è un investimento, il problema è quanto se ne rende conto la politica. L’investimento sulla scuola non produce un effetto immediato, perché è rivolto alle generazioni che non votano. Si discute tanto del voto ai 16enni, ma dare ai nostri ragazzi un sistema educativo all’altezza dei loro talenti dovrebbe essere la nostra priorità, più ancora che dare loro il voto. Credo che ci sia un grande lavoro da fare, ma penso anche che questo governo non debba essere un governo degli slogan e degli annunci, ma quello che si impegna innanzitutto a non tagliare, a spendere i fondi che ci sono – io personalmente ho una delega sull’edilizia scolastica e vedo quanti fondi ci sono e sono bloccati, lì non c’è bisogno di spendere di più, ma di spendere meglio. E poi naturalmente bisognerà reperire altre risorse per restituire alla scuola quello che le è stato tolto in questi anni. L’Ocse ci dice un’altra cosa importante, cioè che la demografia di questo paese peserà moltissimo anche sulla qualità del sistema di istruzione e formazione. Questo è il problema che dobbiamo porci in due sensi: il primo è politico nei termini di un incentivo per la natalità e le famiglie, l’altro è il tema dell’integrazione, perché mentre le famiglie italiane “di nascita” fanno meno figli, quelle che arrivano in Italia da altri paesi invece hanno una prole molto più numerosa, con il risultato che nelle nostre classi ci sono più bambini stranieri che hanno bisogno di attenzione, di essere integrati, di un percorso educativo che naturalmente parta anche dalle loro difficoltà, e questo cambia in parte anche la missione della scuola.

Ricorda il caso del papà marocchino che tolse il figlio dalla classe perché i compagni erano tutti stranieri. La scuola è ad oggi un motore di integrazione per i bambini stranieri?
Chi frequenta le nostre scuole vede che le classi, soprattutto di scuola primaria, sono fatte di bambini nati in diverse parti del mondo, che però parlano la stessa lingua, gli stessi dialetti. La scuola è nei fatti un motore di integrazione e questo le andrebbe riconosciuto maggiormente, cosa che tendenzialmente non succede. Giorni fa ho parlato con il preside di una scuola professionale di Modena, dove purtroppo un professore era stato aggredito da due ragazzi in difficoltà, il quale mi ha raccontato che lì il 30 per cento degli studenti sono stranieri e che c’è bisogno di un supporto anche ai docenti. Il problema è aiutare i docenti con la formazione, con il sostegno, anche pagandoli di più, ma non si tratta solo di questo, non è così che ci si lava la coscienza. Noi abbiamo bisogno di accompagnare i docenti in questa nuova sfida, perché spesso sono docenti, come ci dice l’Ocse, molto in là con l’età, che per la prima volta si trovano ad affrontare situazioni che non avevano mai affrontato prima, che hanno a che fare con ragazzi che vengono da altre parti del mondo, i quali hanno una cultura di provenienza differente e famiglie diverse alle spalle. In questo vanno accompagnati. Noi sulla formazione docenti avevamo ripreso ad investire a partire dal 2015, ma molto si può fare per una formazione seria, perché lavorare per l’integrazione è un compito arduo, ma i docenti sanno di averlo e lo esercitano quotidianamente a prescindere dall’attenzione che si dà al tema. Se noi riuscissimo a dare loro un supporto in più, sicuramente faremmo un buon servizio per il Paese.

https://www.linkiesta.it/it/article/2019/10/05/anna-ascani-pd-viceministro-miur-scuola-fioramonti-polemiche/43822/

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