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Elezioni europee, ma il Partito Democratico che fine ha fatto?

Un mese fa è diventato segretario del Partito Democratico ma ora non si parla più di lui. Da settimane Nicola Zingaretti è sparito dai radar, risucchiato dalle decine di incontri per comporre le liste per le europee nemmeno fosse il Trono di Spade e indebolito nella retorica del nuovo che avanza dagli arresti dei dirigenti Pd umbri. Il segretario non riesce a finire sulle prime pagine perché i giornali e televisioni parlano solo di Lega e Cinque Stelle che monopolizzano la scena. Governano insieme, ma si attaccano ogni giorno sottolineando i reciproci difetti e giocano alternativamente al ruolo di maggioranza e opposizione. Mancano quaranta giorni alle elezioni europee ma nella perenne campagna elettorale del governo gialloverde il Partito democratico, non ha più spazio per fare l’opposizione. Dov’è finito Zingaretti? E perché non riesce a imporre i temi del PD nell’opinione pubblica. «Il Pd è sparito perché in questo momento dal punto di vista mediatico il bisogno di polemica è soddisfatto da Lega e Cinque Stelle. Il M5S si sente più libero di criticare la Lega perché più ci si avvicina alle europee, più è improbabile che cada il Governo», spiega l’esperto di comunicazione politica Dino Amenduni. «E di Maio si è spostato apparentemente più di sinistra dal punto di vista politico facendo notare a Salvini soprattutto l’appartenenza alla famiglia europea sovranista molto di destra e per le opposizioni c’è poco spazio. Ma il Pd sta sbagliando una cosa».

Quale?
La campagna elettorale del governo gialloverde è solo su temi prevalentemente nazionali, Il grande assente della discussione è l’Europa. Si va a votare fra 40 giorni per eleggere il nuovo Parlamento ma nessuno sembra ricordarlo. Sono tanti i leader politici di centrosinistra e non che in Italia negli altri 27 Stati questa campagna la più importante dal dopoguerra a oggi. Eppure il Partito democratico non drammatizza questo voto, non lo rende un voto epocale. E avrebbe e tutto l’interesse a spostare il fuoco della discussione dai temi nazionali a quelli internazionali.

In che modo il Pd dovrebbe drammatizzare il voto di maggio?
Facendo capire che esiste una forza chiaramente europeista contrapposta a una chiaramente euroscettica, la Lega, alleata con forze politiche che vogliono tornare in qualche modo alle frontiere e ai dazi. E dovrebbe sfruttare la contraddizione politica dei Cinque Stelle che non hanno una famiglia politica di riferimento in Europa e sono in grande imbarazzo a far capire dove vogliono posizionarsi. Ma forse la strategia è un’altra.

Spieghiamola.
La sensazione è che ai dirigenti del Pd interessi solo fare un po’ meglio delle elezioni politiche del 2018. Cioè sono convinti che prendere tre, quattro o magari cinque punti in più possa essere sufficiente in questa fase. Ma a mio avviso questa operazione appare un po’ timida e difensivi. Se la campagna elettorale è fatta su temi nazionali è difficile inserirsi rispetto alle due forze di governo che giocano al ruolo di maggioranza e opposizione. Per come è andata finora questa potrebbe tranquillamente essere una campagna per le politiche o tesseramento. Manca un messaggio politico chiaro, europeista. Non ci sono parole chiave che proiettino il dibattito in una dimensione europea.

Anche i candidati nelle liste per le europee sembrano fatte per accontentare un po’ tutti, ma senza grandi nomi. Da Tsipras a Macron con qualche sbadiglio.
Non ci sono grandissimi colpi di scena ma le candidature hanno il merito di essere state composte in un clima sostanzialmente di pace e per il Pd non è scontato. A parte gli astenuti della corrente di Giachetti nella direzione del Pd non ci sono stati grandissime polemiche. Molti hanno ringraziato Zingaretti per aver incluso volti che altrimenti non sarebbero mai entrati. Almeno nei prossimi 40 giorni il fuoco amico sarà limitato ed è già un risultato visto il passato. Poi le liste sembrano soddisfare i bisogni diversi di ogni circoscrizione. Un esempio su tutti è quello di Calenda nella circoscrizione del Nord-Est per attrarre il voto del tessuto produttivo.

Calenda, Pisapia, Bonafé qualche era politica fa erano in posizioni nettamente distinte, forse per questo il Pd non riesce a dare un messaggio unito ed efficace?
Il problema esiste ma sarebbe tranquillamente aggirabile proprio drammatizzando il tema europea. Per quanto Pisapia, Calenda e Zingaretti possano venire da forze diverse tra loro però sono tutti d’accordo sul fatto che bisogna essere ferocemente europeisti. Bisogna mostrare di comprendere quali sono i rischi che ci sono se l’Italia invece di condividere il proprio destino politico in una cornice più grande in cui è l’Europa a trattare con la Cina con l’India e con gli Stati Uniti su dazi e politica estera invece decidesse di andare da sola con le proprie gambe. Il minimo comune denominatore del Pd deve essere la polarizzazione emotiva sull’Europa, il modo migliore per tenere insieme candidati eterogenei.

Forse il Pd pensa che queste elezioni non siano un vero spartiacque. In fondo gli ultimi sondaggi dicono che non ci sarà un’ondata sovranista.
Sarebbe un errore pensarlo. Perché i sondaggi possono cambiare in modo brusco anche solo negli ultimi giorni prima del voto, come abbiamo visto tante volte in questi anni. Una fotografia delle intenzioni a 45 giorni dalle elezioni per quanto abbastanza affidabile non lo è del tutto. Senza contare che i sondaggi sono masticati più dagli addetti ai lavori che dal grande pubblico che magari non ha ancora scelto per chi votare. Se ci si accontenta perché i numeri sono rassicuranti si fa un errore. E dire che il Pd ha un tema sottomano da poter usare senza problemi.

Quale?
Il tema dell’ecologia è rimasto sguarnito. I movimenti di destra in Italia e nel mondo sembrano negare o non vedere i rischi del cambiamento climatico come una minaccia reale. Mentre ormai c’è un sentimento ormai crescente da parte di elettori di tutti i tipi, soprattutto i giovani di vivere in un momento chiave per il destino ambientale dell’Europa e del mondo. Il Pd dovrebbe prendere con coraggio questa bandiera e dire che un altro mondo è possibile. Bisogna presidiare questo tema e farlo proprio perché si metterebbe in difficoltà il Movimento 5 Stelle, nato anche ambientalista ma imbrigliato dalla questione dell’Ilva di Taranto e della Tav. Dopo questi due dossier il M5S ambientalista risulterebbe poco credibile.

Anche il Pd ha la zavorra ambientalista, sopratutto dopo il referendum sulle trivelle.
Con un leader nuovo come Zingaretti potrebbe “ripulirsi” e intestarsi questa battaglia che in Italia non ha neanche una rappresentanza politica strutturata. Qui da noi i verdi sono l’1%. L’ecologia è un terreno abbastanza vergine su cui probabilmente avrebbe senso combattere inserendole in una narrazione europea. Bisognerebbe far capire che le politiche per il cambiamento climatico hanno senso in una cornice europea perché è inutile che l’Italia faccia una politica ambientalista in una direzione se poi Francia o Germania fanno altro. E poi è difficile che l’Italia possa trattare da solo con la Cina sulle emissioni di carbone, mentre è molto più facile farlo a livello europeo. Per convincerci basta guardare alle ultime lezioni locali e non in Europa. I verdi sono in crescita in Germania, in Olanda è l’unico partito ad aver aumentato i voti oltre ai sovranisti e anche due giorni fa in Finlandia sono cresciuti. C’è una prateria politica da attaccare. Ed è un tema su cui la destra italiana fa fatica.

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