Non ci si può fermare adesso. Il governo immagina altre misure restrittive con un altro decreto che potrebbe “blindare” le nostre città, anche con le maniere forti: «Useremo il pugno di ferro», ha detto uno stanchissimo Roberto Speranza. È evidente che qualcosa non sta funzionando, ci vuole una sterzata: è la linea di Giuseppe Conte. Dopo la terribile notte di palazzo Chigi, fra fughe di notizie e contraddizioni istituzionali, e dopo l’ennesimo impressionante bollettino di guerra (6387 contagiati, 366 morti, gente che scappa da Milano, carceri in rivolta), riemerge infatti con ancora più durezza la domanda: il quartier generale ha le idee chiare? Il comandante in campo Giuseppe Conte ha la forza per vincere la guerra? Sono domande che malgrado le apparenze bisogna porsi come sine ira ac studio: nel senso che bisogna capire come sta funzionando la war room e che cosa eventualmente si può fare per migliorarla.

Il presidente del Consiglio non ha tutte le colpe della fragilità generale del governo, né quella di non avere una forte esperienza alle spalle. Ma intende fare qualcosa per sopperire alle evidente lacune che si squadernano davanti agli italiani un giorno sì e un giorno no. Dovrebbe innanzitutto partire da una verifica seria del sistema comunicativo del governo. Difficile che la Caporetto delle bozze di decreti finiti sugli smartphone di mezza Italia non abbia nulla a che fare con palazzo Chigi. Non la facciamo lunga con le ricostruzioni: semplicemente, qui qualcuno ha sbagliato. Se le responsabilità attuali, che fanno capo a Rocco Casalino, non sono all’altezza, si cambino. In Italia è pieno di fior di professionisti in grado di mettere su una struttura centralizzata di comunicazione affidabile e di livello.

Ma sarebbe doveroso anche fare il punto su come sta funzionando la macchina istituzionale. La famosa catena di comando.

Perché è chiaro che il presidente del Consiglio non possa fare tutto da solo. Il che rimanda a un’altra domanda: chi sta coadiuvando davvero il premier a dirigere l’Italia in questa guerra? Chi sono i ministri-leader in grado di tenere unito un quadro economico e sociale ormai sul punto di sfilacciarsi? Chi può chiedere qualcosa a Confindustria, ai sindacati, ai grandi giornali con un ragionevole tasso di possibilità di sentirsi rispondere positivamente? Chi, soprattutto, può chiedere – o imporre, perché a questo siamo – qualcosa agli italiani?

Cominciamo a dire che il Parlamento è ormai l’ombra di sé stesso e che i partiti in quanto tali sono stati abbastanza spazzati via dall’emergenza. Il M5s è sparito, e anche i suoi leader. Il Pd, colpito dalla sfortuna del contagio toccato a Nicola Zingaretti, fa quello che può. Italia viva e LeU sono obiettivamente deboli. Restano dunque le singole personalità. Naturalmente, l’incedere dell’emergenza richiederà ancora a Sergio Mattarella una costante presenza anche con strumenti irrituali: il suo ottimo discorso televisivo di giovedì purtroppo è già superato e si porrà presto il problema di tenerne uno nuovo.

Nel governo c’è un tandem decisivo, Franceschini-Gualtieri. Senza il ministro della cultura il severissimo decreto che allarga la zona rossa alla Lombardia non ci sarebbe stato, c’era chi avrebbe preferito una strada più soft per esempio non “chiudendo” Milano. Bonaccini, Zaia e Fontana hanno battuto qualche pugno sul tavolo. Ma alla fine tutte le scelte passano per l’imprimatur di Franceschini, che di fatto è una sorta di vicepremier sia per la sua esperienza personale che per il fatto di essere il capo del Pd al governo (e forse non solo al governo), ed è lui l’uomo forte che dietro le quinte co-dirige la politica nazionale. Quanto a Roberto Gualtieri, è fondamentale perché è lui ad avere le chiavi dell’economia e del rapporto con Bruxelles, con Paolo Gentiloni in primis. È un dirigente di partito, e in questa fase è bene che a via XX settembre ci sia un uomo politico e non un tecnico.

Poi c’è Lorenzo Guerini, che ha la guida della Difesa e per questo maneggia il dossier del rapporto con gli alleati e gli Usa in particolare. E certamente c’è Roberto Speranza, il quarantenne ministro della Sanità che mai avrebbe immaginato che nella sua vita avrebbe dovuto combattere in prima fila contro un nemico così infido e che è uomo-chiave nel rapporto con il mondo medico- scientifico. Ovviamente in prima fila ci sono altri ministri come Luciana Lamorgese (attenzione ai problemi di ordine pubblico che già si prospettano) e Paola De Micheli, che ha tutto il tema della ripartenza delle infrastrutture. Gli altri ministri seguono.

Ma forse sarebbe il caso di coinvolgere nell’azione di governo, magari anche solo informalmente, altre competenze. Tecnici del diritto, dell’informazione, dell’organizzazione delle risorse. Si è fatto il nome di Guido Bertolaso. Spazio alla fantasia. Così come sarebbe opportuno un livello informale per tenere i rapporti fra governo e opposizione. Senza qualche novità, insomma, il quartier generale rischia di non farcela.

https://www.linkiesta.it/it/article/2020/03/09/franceschini-gualtieri-speranza-coronavirus-conte-casalino/45744/

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