
Gabriele Albertini è stato il sindaco che ha fatto rinascere Milano. Dopo un passato in Confindustria e Federmeccanica, dal 1997 al 2006 ha preso una città ancora scossa dalle rivelazioni di Tangentopoli e come un “amministratore di condominio” (la citazione è sua) ha avviato un progetto di riqualificazione urbanistica stimolando l’arrivo di investimenti privati per 30 miliardi di euro. Ma ha anche reso la città capitale della moda prima rilanciando la Triennale e poi creando la fashion week e design week. E anche se ora si è ritirato in pensione, rimane il simbolo del metodo imprenditoriale milanese applicato alla politica. Per questo è interessante capire che cosa ne pensa delle voci sempre più insistenti che danno come certa la candidatura di Carlo Bonomi a capo di Confindustria. A maggio aveva consigliato a Salvini di candidare il presidente di Assolombarda a sindaco di Milano in vista delle elezioni del 2021. La stima non è cambiata.
Carlo Bonomi potrebbe essere un buon presidente di Confindustria?
Sono molto favorevole al fatto che Assolombarda possa esprimere il presidente di Confindustria per due ragioni. La prima è che l’azienda che porta il nome di mio padre è iscritta a Assolombarda ininterrottamente dal 1945 e la partigianeria lombarda mi vede molto schierato. La seconda è che Carlo Bonomi sarebbe la persona più qualificata. La sua persona e la sua storia sia di imprenditore che di presidente di Assolombarda lo qualificano per essere naturalmente destinato a quel ruolo.
Alcuni dicono che Confindustria sia stata troppo morbida in questi mesi con il governo.
L’avvocato Agnelli diceva: «Noi siamo filo governativi per definizione. Confindustria può essere contro il governo per al massimo sei mesi». La categoria che rappresenta l’imprenditorialità italiana ha il diritto di dire la sua e di scontrarsi dialetticamente con il governo se necessario, ma non può essere sempre antigovernativa. Però ci sono altre strade come lo stimolo e la critica che non devono mai mancare.
E Bonomi non ha risparmiato in questi mesi delle critiche al governo gialloverde.
Bonomi è stato davvero un eccellente interprete di questa posizione perché anche quando ha assunto posizioni critiche su certi comportamenti del Movimento Cinque Stelle che ha manifestato una tendenza anti imprenditoriale, la sua critica è sempre stata costruttiva. All’idea di esagerata spesa pubblica, reddito di cittadinanza e altre posizioni grilline contro l’economia di mercato, ha sempre offerto delle proposte alternative.
Che consigli gli darebbe se diventasse presidente di Confindustria?
Ricordo di essere entrato in azienda appena laureato nel 1974 mi sono sempre occupato di tutte le questioni legate al personale, alla finanza e alla amministrazione. Come allora i temi alla fine sono quelli di sempre. Per questo gli consiglio di aggiungere una lotta di bandiera: l’affermazione dei valori e dell’imprese come componente essenziale dello sviluppo, del benessere e anche della libertà. La libertà economica è una fondamentale per far esistere tutte le altre. Per capire quanto lavoro culturale c’è da fare, basta ricordare che nella Costituzione non c’è la parola impresa.
La libertà d’impresa non è scontata in Italia?
Certo, siamo un Paese occidentale ma scontiamo la presenza di particolarità tutte nazionali: il pauperismo cattolico, l’aver avuto nel secondo dopoguerra il partito comunista più potente dell’occidente. C’è stata un’evoluzione dal crollo del Muro di Berlino, ma ci sono ancora degli epigoni di quella mentalità che si trova per esempio nel Movimento cinque stelle, dichiaratamente contro lo sviluppo e l’impresa privata. C’è molto da fare. Anche Salvini si è trovato davanti a una scelta: far cadere tutto o aderire a una linea politica inconciliabile con gli interessi dell’economia e dell’imprenditoria produttiva del Nord. Dalla tav alle perforazioni. Gli stimoli all’economia sono sempre stati messi in discussione dai suoi partner di governo.
Ora però Salvini non è più al ministero dell’Interno e al posto del governo gialloverde c’è quello giallorosso.
Ero piuttosto critico nei riguardi del governo gialloverde e lo sono anche di questo. La differenza tra i due è che questo governo almeno sotto il profilo delle relazioni internazionali, non mette in discussione la sua appartenenza all’Europa e allo scacchiere Atlantico. Ma c’è una componente di sinistra, anche estrema che può influenzarlo in scelte anti economiche.
https://www.linkiesta.it/it/article/2019/10/03/renzi-calenda-bonomi-gabriele-albertini/43784/

