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I democratici e l’abbraccio mortale del Partito No Pil

Le campagne No Tav, No Triv e No Vax si sono già spente da sole, e in fondo, prima o dopo, per la stessa ragione: perché un partito di opposizione radicale può benissimo sommare i voti dei più diversi e anche contraddittori movimenti di contestazione locale, senza che l’appoggio a una campagna disturbi più di tanto i sostenitori dell’altra. È del resto il meccanismo fondamentale del populismo, alla base del suo successo anche online, grazie alla possibilità, attraverso l’uso dei dati, di bombardare con estrema precisione determinati segmenti di elettorato con messaggi mirati e praticamente personalizzati, del tutto invisibili agli appartenenti ad altri segmenti, oggetto di apposita e anche opposta propaganda. Un gioco, dicevamo, che può riuscire benissimo dall’opposizione, ma che è assai più complicato condurre dal governo. Perché, banalmente, quando sei al governo non puoi più nasconderti, nemmeno dietro l’algoritmo.

E così, alla fine, il Movimento 5 stelle ha dovuto fare chiarezza su qual era la sua reale scala di priorità, e la semplice verità di questi due anni di furiose battaglie contro i Treni ad alta velocità e contro Autostrade, per i negozi chiusi la domenica e per l’Ilva chiusa e basta, è che il quadro che ne è emerso – il ritratto del partito No Pil – agli elettori non è piaciuto per niente. E come dar loro torto, in un paese inchiodato da decenni a una crescita stentatissima, che il governo precedente ha riportato di nuovo a zero, con un enorme debito pubblico e un drammatico (e decennale) deficit di produttività. Un paese che se ha un problema, come ha mostrato di recente anche il libro di Luca Ricolfi (La società signorile di massa, la Nave di Teseo), è proprio il fatto che la maggioranza della sua popolazione semplicemente non lavora. Vive di rendita, di pensioni, dei risparmi accumulati dai genitori. Ma quanto si può andare avanti così?

Il problema del Pd, da ben prima di accodarsi ai cinquestelle, è che ormai prende voti quasi solo lì, nei centri delle grandi città dove risiede quel ceto medio sempre più riflessivo e sempre meno produttivo che però, per quanto sovradimensionato, non basta a vincere le elezioni.

Proprio per questo il messaggio che viene dal caso Ilva, unito alla scelta di non toccare nessuna delle misure bandiera della politica economica del precedente governo, rischia di portare al supremo paradosso di un partito che, proprio mentre dichiara di volersi spostare a sinistra, espelle da sé anche gli ultimi residui legami con il mondo del lavoro. Il risultato è la decrescita infelice del paese, e prima ancora dell’intera sinistra italiana. Sarebbe dunque il caso di invertire la rotta, per il bene dell’uno e dell’altra, prima che sia troppo tardi.

https://www.linkiesta.it/it/article/2019/11/06/ilva-pd-cinque-stelle/44238/

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