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I gilet arancioni e quella politica urlata pre covid che non ci manca per niente

 

C’è un’altra Fase 2 in giro per l’Italia. Non è stata decisa per decreto, ma solleva ugualmente polemiche e perplessità.  È il ritorno alle manifestazioni di piazza, alle gazzarre nelle aule parlamentari, al dibattito urlato che per lunghi mesi era stato come anestetizzato dal lockdown. Ricorderete: qualche urlo in tv giusto per ragioni di audience, fugaci flash mob prontamente sanzionati dai solerti vigili urbani, rispetto e silenzio perfino

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nell’aula muta e grigia.

Era evidente che prima o poi si sarebbe tornati alla “normalità” (se tale si può definire) anche nella comunicazione politica e in quella sociale ma questa abitudine, di cui francamente poco si sentiva la mancanza, dovranno scontare – oltre la ricerca della coerenza e della serietà – anche un modificato senso di sopportazione da parte del cittadino/elettore, preoccupato di ben altre emergenze portate dal Covid-19 e non solo.

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Le immagini dell’invasione di piazza senza distanziamento da parte dei “gilet arancioni” hanno stupito per densità e cromatismi, a partire dalla giacca color spritz del capopopolo Antonio Pappalardo, la cui ultima esibizione, inframmezzata da intemerate radiofoniche e interviste sintatticamente carenti, era stata una fallimentare candidatura a governatore dell’Umbria. Antonio primo d’Orange non è monarca di nobile dinastia ma è stato congedato dall’Arma come generale e quindi si sente pronto a comandare le truppe.

A differenza del capostipite dei van Oranje, Guglielmo I detto il Taciturno, Antonio I detto l’Urlante brandisce il megafono come una spada e i decibel come cannonate, seguite da un colorato (sic) esercito di manifestanti che all’eloquio preferiscono l’insulto. E con questa divisa ha conquistato le prime pagine, insieme a una probabile denuncia.

Ma la rivoluzione invocata dal sanguigno ex militare non è da prendere sottogamba. Un dibattito che in queste ore appassiona i social, ma anche i media, è se a simili eventi si debba dare spazio e visibilità, con il rischio di alimentare tensioni e credito per personaggi in cerca di autore (e di un altro stilista).

Rispondere non è facile perché la censura non è mai augurabile, anche quando sembrerebbe la soluzione migliore. Certo, ci sono programmi, commentatori e testate che impazziscono per i movimenti di turno, e abbiamo anche visto a cosa questi innamoramenti interessati possono portare. Ma con lo stesso metro – distanziato – di giudizio, allora perché si dà conto delle manifestazioni di Casa Pound, delle piantagioni in piazza delle Sardine e, in passato di assembramenti di Girotondi e Forconi? Come si vede, un interrogativo di non facile soluzione.

Il bello della democrazia, annotava Enzo Biagi, è che tutti possono parlare, ma non necessariamente tutti devono ascoltare. Ed è proprio quanto il lockdown ci ha insegnato: saper scegliere le priorità e dare seguito solo a ciò che è realmente importante, nei tempi e nei modi.

Da metà febbraio a fine maggio l’unico nostro rapporto con il Palazzo e i suoi derivati è stato scandito dalle conferenze stampa all’imbrunire e oltre di Giuseppe Conte. A quel tono monocorde si è abituato non solo l’udito, ma anche il gusto e l’olfatto della percezione del messaggio, come dimostra la totale scomparsa di dibattito politico al di fuori dell’emergenza.

Sono considerazioni che i politici e i commentatori dovrebbero valutare con attenzione prima di rialzare il volume delle dichiarazioni e considerare il ritorno in piazza come diritto acquisito. Di Antonio d’Orange e della sua giacca non abbiamo certo bisogno, ma neppure della politica urlata del tempo che fu, prima del Covid-19.

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