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«I militari meritano di più»: dietro lo scontro Salvini-Trenta anche il dossier Libia

L’ultimo affondo in ordine di tempo di Matteo Salvini nei confronti della collega responsabile della Difesa Elisabetta Trenta, designata dai Cinque Stelle, è stato quel «i militari meritano di più», considerazione avanzata dal Viminale dopo un tweet postato e poi rimosso dal dicastero guidato dalla pentastellata. Altrettanto dura la controreplica della Difesa: «Salvini usa il Viminale a fini elettorali». Per M5S «è stata superata la linea rossa».

Ma il braccio di ferro tra i due ministri del Governo Conte, che si è sviluppato anche sul tema della gestione dei flussi migratori, a cominciare dalla chiusura dei porti, e della reintroduzione del servizio militare obbligatorio, ha avuto nella gestione della crisi libica un importante banco di prova. Fin dai primi giorni dell’esecutivo giallo verde.

I due approcci alla Conferenza internazionale di Palermo
Un dossier, quello della stabilizzazione del paese del Nord Africa, che ha visto in campo il ministero degli Affari esteri, quello dell’Interno e quello della Difesa. L’attivismo di Salvini, fin dall’inizio, non è passato inosservato alla Farnesina o al ministero della Difesa, creando perplessità e malumori, spesso sottotraccia, all’interno della maggioranza giallo verde. Alla Conferenza internazionale di Palermo, che si è svolta il 12 e 13 novembre, culmine della strategia di stabilizzazione promossa dall’esecutivo Conte nei confronti del Paese del Nord Africa – è quella della stretta di mano tra Serraj e Haftar a beneficio dei fotografi -, Salvini non partecipa, dando così l’impressione che nell’esecutivo non ci fosse una sola posizione su come affrontare la questione libica. Trenta non solo è lì, ma è in prima linea nell’organizzazione della conferenza. In un incontro pochi giorni dell’apertura del vertice, il ministro della Difesa vede a Palazzo Baracchini a Roma il ministro dell’Interno libico Fathi Bashaga. In quell’occasione Trenta sottolinea che «l’impegno della Difesa in Libia riveste, nell’ambito delle numerose priorità attuali, una rilevanza primaria».

L’attivismo di Salvini per le ripercussioni sul piano migranti
Quello della Libia è un tema molto sentito da Salvini fin dall’insediamento dell’esecutivo Conte, soprattutto per le ripercussioni che il dossier ha sul piano dei migranti che dal paese del Nord Africa potrebbero tentare di raggiungere l’Italia e, da qui, l’Europa. Già a giugno 2018 la situazione in quel paese è precaria. Salvini capisce subito che dovrà guadagnarsi la fiducia degli interlocutori dall’altra sponda del Mediterraneo, dove il ministro dell’Interno dell’esecutivo precedente, Marco Minniti, praticamente era di casa. «Prima devo studiare», spiega. Ma la fase di studio dura poco. Il 25 giugno vola a Tripoli per vedere il ministro dell’Interno libico Abdulsalam Ashour e il vicepresidente Ahmed Maitig.

Trenta e il punto sulle missioni internazionali
Ma la Libia fa parte anche di quel dossier “missioni internazionali” che Trenta, appena insediata al dicastero della Difesa, si trova sul tavolo. Il contratto che è alla base del “Governo del cambiamento”, del resto, parla chiaro: si ritiene «opportuno – si legge nel documento – rivalutare la nostra presenza nelle missioni internazionali sotto il profilo del loro effettivo rilievo per l’interesse nazionale». Già dalle prime battute del nuovo esecutivo, dunque, il paese del Nord Africa finisce sotto la lente dei due ministeri. Inevitabilmente. A settembre si riunisce per la prima volta la cabina di regìa voluta dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, per evitare sovrapposizioni.

Le prime mosse dei due ministri
Il 12 giugno 2018 Trenta incontra a Roma il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. Al centro del faccia a faccia, c’è il “fronte Sud”, che comprende anche la costa libica. In quegli stessi giorni si muove parallelamente Salvini. Il leghista sceglie come interlocutore Maitig, vicepremier del governo di accordo nazionale libico riconosciuto dalle Nazioni Unite, uomo forte di Misurata. Da allora, il dialogo tra i due diventa una costante, soprattutto man mano che, con l’acuirsi dell’instabilità nel paese, emerge la debolezza di Serraj rispetto ad Haftar. Lo scorso marzo, in occasione di un incontro a Roma,l’imprenditore di Misurata garantisce al responsabile del Viminale che farà di tutto per bloccare gli arrivi dei migranti sulle coste italiane. Qualche giorno dopo, Salvini punta su Maitig per arginare l’offensiva di Haftar su Tripoli, scattata il 4 aprile.

L’ospedale di Misurata nel mirino delle forze di Haftar
Un’offensiva quella promossa dall’uomo forte della Cirenaica che finisce anche sotto la lente della Difesa. Sono 400 i militari italiani dispiegati in Tripolitania. Ad Abū Sitta, porto militare di Tripoli, una nave officina italiana ripara le motovedette della Guardia costiera libica che intercettano i migranti. E l’ospedale da campo di Misurata finisce nel mirino delle forze di Haftar. «Occorre che l’Italia ritiri al più presto il suo ospedale militare da Misurata – afferma il generale Ahmed Al-Mesmari, portavoce dell’Esercito nazionale libico guidato dal generale Khalifa Haftar -. Abbiamo le prove che quella struttura ormai non ha più nulla di umanitario, ma costituisce un valido aiuto per le milizie di Misurata che combattono contro il nostro esercito». Di qui la precisazione dello Stato maggiore della Difesa: «Presso il Field Hospital di Misurata – chiarisce una nota – proseguono le attività di supporto sanitario e umanitario alla popolazione libica. Ad oggi sono stati effettuati oltre 17600 visite specialistiche, 1800 medicazioni chirurgiche e oltre 900 interventi chirurgici a favore di civili». Di fronte allo scenario di una guerra civile a bassa intensità in Libia, Conte rispolvera la cabina di regia a Palazzo Chigi. Per gestire la crisi con una strategia unitaria, evitando fughe in avanti di un ministro sull’altro.

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