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Il braccio di ferro sulla Tav e la rimozione del Parlamento

Capita, quando si dismette un’abitudine, che si produca un’amnesia. Succede ora con la Tav: il primo vero braccio di ferro tra i due contraenti di governo mette in forse la stessa sopravvivenza di questo esecutivo. Difficile, anche per l’avvocato Conte, fin qui maestro di acrobazie in grado di accontentare i committenti e la loro voracità di consensi, trovare una formula mediana tra il sì e il no. Che stia, vale a dire, perfettamente a metà tra le due opzioni, senza pendere di un solo millimetro verso l’una o l’altra.

La questione rientra, evidentemente, tra quelle irrinunciabili, anche per chi ha fin qui assimilato e digerito le più vistose contraddizioni con se stesso, i propri principi, le proprie promesse. Ed ecco il soccorso della memoria: ricordando che esiste, nelle democrazie, un organo deputato a rappresentare il popolo sovrano e le sue istanze, il parlamento. In Italia si compone addirittura di due camere, entrambe abilitate a definire su ogni questione quale sia la soluzione più rappresentativa della volontà degli elettori. Anche sulla Tav. Le Camere si possono convocare oggi per domani, e possono deliberare in tempo per la pubblicazione dei bandi per la Tsv, lunedì prossimo. Per due forze populiste, protese sempre verso la soddisfazione della volontà popolare, non un ripiego, quindi.

L’uovo di Colombo? Potrebbe esserlo, se si trattasse davvero di un’ amnesia da desuetudine. Di schiaffi il nostro Parlamento ne ha subito tanti, e non solo da parte di questo governo gialloverde. Da quando, agli albori della sedicente seconda Repubblica, i partiti si disfecero in quattro e quattr’otto della “centralità del parlamento”, che aveva permesso ottimi risultati economici e sociali ai primi quarant’anni di democrazia. Per gli equilibri della guerra fredda, in quel periodo all’Italia i ruoli di governo ed opposizione toccarono sempre agli stessi partiti, e il parlamento sopperì con una legislazione bilanciata – ed inclusiva del partito di opposizione, il Pci -, all’assenza di alternativa alla guida del paese.

Poi, con il 1994, con la legge maggioritaria, con la nascita dei partiti personali, si volle vedere delle camere non l’insostituibile, essenziale funzione democratica, ma solo il possibile, presunto freno all’efficienza del paese. E le prerogative parlamentari furono erose via via, per essere confiscate dai governi e dai partiti : sempre nell’apparenza del massimo rispetto formale del parlamento e delle sue funzioni. Ipocrisie della politica.

Oggi, il quadro istituzionale si modifica per via della contestazione formale della stessa funzione rappresentativa da parte del movimento cinque stelle, e per l’indifferenza e insensibilità istituzionale dell’iperpragmatico partito leghista. La contestazione tocca la Costituzione, non le pratiche istituzionali. Cambia la qualità istituzionale della questione, e coinvolge la responsabilità di chi ha il compito di difenderla, la Costituzione. A scendere, il superimpegnato, non da oggi, garante della Costituzione, che siede al Quirinale; ma anche, molto più di quanto non abbiano fatto fino ad ora, i presidenti delle Camere, i ministri che hanno giurato su questa Costituzione, i parlamentari. In ultima istanza, quando saranno chiamati a difendere questa carta costituzionale, gli stessi cittadini.

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