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Il caso Ilva è il ritratto di Dorian Gray della sinistra italiana

 

Decrescita al posto dello sviluppo, retorica paleo-ambientalista al posto di una politica industriale e populismo penale al posto di diritti e garanzie: se ripercorriamo passo passo la crisi dell’Ilva non possiamo non notare come l’intera vicenda riassuma in se stessa tutte le involuzioni ideologiche che la sinistra ha incubato negli anni Settanta, coltivato negli anni novanta ed esternalizzato negli anni duemila al Movimento 5 stelle, per esserne infine divorata, come sta avvenendo in questi giorni. Fino agli ultimi lacerti del suo insediamento sociale e culturale nel mondo del lavoro, con quel che restava di un’idea sia pure ingenua di progresso, che bene o male le permetteva di mantenere ancora un rapporto con la storia e con la modernità. Per la sinistra italiana – o comunque si vogliano classificare gli ultimi eredi, nei partiti e nel sindacato, di quello che fu il movimento dei lavoratori – il gigantesco scheletro dell’Ilva è lo specchio del suo futuro imminente. O forse il suo ritratto di Dorian Gray.

La tragedia dell’Ilva non riguarda solo la sinistra, ovviamente. Lo stesso dibattito sulla necessità di uno «scudo penale» appare indicativo del punto a cui siamo arrivati: implicita ammissione di un intero sistema che non si fida più di se stesso. E fa bene. In un Paese in cui da un lato la magistratura interviene per spegnere e dall’altro il governo promette di riaccendere, in cui gli stessi politici oscillano tra la strumentalizzazione demagogica della vicenda giudiziaria e il tentativo di sterilizzarne o aggirarne gli effetti, tra ex magistrati che fanno politica utilizzando le inchieste, magistrati che prima indagano e poi si candidano ad amministrare e candidati che prima denunciano e poi pretendono di mettere a tacere le loro stesse denunce, in cui si passa in un minuto dall’invocazione della pubblica gogna alla proposta dell’impunità assoluta: di chi e di che cosa ci si può mai fidare, in un Paese così?

Ciliegina sulla torta, come racconta sul Foglio Luciano Capone, l’arrivo delle immancabili associazioni dei consumatori, pronte a denunciare Arcelor Mittal per «tentata estorsione» alla procura di Taranto, guidata oggi dall’ex capo della procura di Trani, che sulla base di analoghi esposti ha già condotto celebri inchieste prima contro le agenzie di rating e poi contro le multinazionali del farmaco, per indagare nientemeno che la correlazione vaccini-autismo.

La verità è che la crisi dell’Ilva è così maledettamente inestricabile proprio perché intreccia decenni di demagogia e moralismo a buon mercato. E adesso è arrivato il conto. Perché c’è poco da fare: la storia dimostra che si può avere sviluppo economico in una cornice istituzionale garantita da democrazia e stato di diritto oppure all’interno di uno stato autoritario come la Cina, o anche all’interno di democrazie illiberali come la Turchia e l’Ungheria. L’unico contesto in cui lo sviluppo è sicuramente impossibile è un Paese in cui il diritto non è garantito né dal rule of law né dall’autorità del partito-stato, né da istituzioni democratiche né dal capo carismatico.

Il problema è che l’Italia si sta trasformando sempre più rapidamente in una anarcocratura – o in una “anarchia illiberale”, per dir così – e nessuno sembra averne nemmeno la più vaga consapevolezza, mentre tutti applaudiamo al «coraggio» del presidente Giuseppe Conte, che ha avuto le palle di andare in mezzo agli operai dell’Ilva, per dir loro candidamente di «non avere una soluzione in tasca». E pazienza se il motivo per cui non ce l’ha è che a buttare dalla finestra la soluzione che c’era, quella garantita dallo «scudo penale», per quanto imperfetta e criticabile, sono stati il suo partito, il suo governo e la sua maggioranza (tutta intera: da Leu a Italia Viva, passando per Pd e M5s).

Del resto, chi ha bisogno di soluzioni in un Paese in cui, come canta il poeta, le regole non esistono, esistono solo le eccezioni?

 

 

 

 

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