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Il decreto crescita e la certezza del diritto

Il 4 aprile il Consiglio dei ministri adotta un decreto Crescita che suona bene all’orecchio. Una gravidanza isterica? Parrebbe di sì. Perché i giorni passano e il provvedimento non arriva al Quirinale per l’emanazione. Eppure il Colle è a un tiro di schioppo da Palazzo Chigi.

La verità è che sotto il titolo c’era poco o niente. Messo alle strette dal presidente Sergio Mattarella, il Consiglio dei ministri è stato costretto a tornare sui propri passi. Così nella seduta del 23 aprile ha approvato «in seconda deliberazione» – come recita diplomaticamente il comunicato stampa – il decreto nella sua interezza. A rate. Ma se il governo se la prende comoda, vuol dire che i requisiti di straordinaria necessità e urgenza prescritti dall’articolo 77 della Costituzione non sussistono.

Emanato dal capo dello Stato il 30 aprile, il decreto va convertito entro il 29 giugno. Ed è ancora all’esame della Camera in prima lettura. Si dirà: sempre meglio un decreto legge sulla crescita che una decrescita felice. La qualità della vita non dipenderebbe dal Pil, si dice. Può darsi, ma il Pil aiuta. Insomma, una decrescita non è mai felice. A dispetto dei suoi cantori. Come Pier Paolo Pasolini, nostalgico dell’età delle lucciole, quando tiravamo la cinghia. Come Enrico Berlinguer, un progressista che ai tempi dei rincari petroliferi paradossalmente non aveva fiducia nel progresso. Come Ugo La Malfa, per il quale una tivvù in bianco e nero bastava e avanzava. Il pauperismo si può declinare in mille modi. A quanto pare Luigi Di Maio, meglio tardi che mai, si è convinto che la povertà non si elimina per decreto. Ma, vivaddio, solo dando respiro alle imprese.

Sia benvenuto, per dirla con Vincenzo Boccia, un decreto che si propone di far crescere l’azienda Paese. Resta il fatto che la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni. Nel diritto la forma è sostanza. E la forma lascia a desiderare.

Il decreto consta di ben 51 articoli. Ogni articolo ha un’infinità di commi. Ogni comma contiene parole in quantità industriali. Il tutto per la bellezza di 29 pagine della “Gazzetta Ufficiale”. Una follia.

Almeno il decreto fosse uscito dalla penna di Ugo Foscolo. Macché. Al punto che la benemerita Accademia della Crusca avrà parecchio da ridire. Mentre il Comitato per la legislazione di Montecitorio, istituito allo scopo di rivedere le bucce alle leggi in itinere, nella seduta del 14 maggio ha espresso sul decreto un parere piuttosto severo.

Limitiamoci a qualche titolo. Articolo 4: «Modifiche alla disciplina del Patent Box». Dal momento che i destinatari delle norme siamo noi, non si poteva ricorrere alla lingua italiana? O non lo si è fatto perché la nostra Costituzione tutela le minoranze linguistiche ma non spende una parola sull’italiano come lingua ufficiale della Repubblica? Lo Statuto albertino, scritto in francese e all’istante tradotto in italiano, almeno stabiliva che in Parlamento valeva di norma la lingua di Dante. Articolo 5: «Rientro dei cervelli». Sa di macelleria. Articolo 29: «Nuove imprese a tasso zero, Smart & Start e Digital Transformation». Un broccolino bello e buono. L’articolo 30 parla (sic) di «efficientamento energetico». L’articolo 32 si propone di contrastare l’Italian sounding. E per carità di Patria ci fermiamo qui.

Ci ritroviamo in una dantesca selva legislativa oscura. Per la gioia di avvocati e magistrati, maestri in ermeneutica. Ma così va in malora quel bene prezioso che è la certezza del diritto. Spadroneggiano politichese e burocratese, mentre l’anglofilia regna sovrana. E in questa torre di Babele la nostra bella lingua si va sciogliendo come il sangue di san Gennaro. Un museo degli orrori linguistici, questo decreto. Fosse stato redatto in sanscrito, sarebbe più comprensibile.

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