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Il dilemma di Di Maio: sottomettersi o dimettersi

15 agosto 1877. Léon Gambetta, repubblicano puro e duro, pronuncia a Lille un discorso memorabile. Dichiara: «Quando la Francia avrà fatto intendere la propria voce sovrana, datemi retta, Signori, bisognerà sottomettersi o dimettersi». Il suo bersaglio era il presidente della Repubblica Patrice de Mac Mahon, reo del Colpo del 16 maggio dello stesso anno, quando aveva nominato a capo del governo un esponente monarchico sgradito alla Camera dei deputati. Dopo un braccio di ferro con i rappresentanti del popolo durato mesi, Mac Mahon il 13 dicembre si dà per vinto. E si sottomette alla volontà popolare. Ma dopo il colpo di coda dello scioglimento della Camera, il 30 gennaio 1879 si dimette da capo dello Stato. All’onta della sottomissione si aggiungono le dimissioni.

Lo stesso giorno a Versailles si riuniscono le due Camere in seduta comune. Ed eleggono, quale successore di Mac Mahon, Jules Grévy. Il suo messaggio d’insediamento, pronunciato il 6 febbraio, non potrebbe essere più eloquente. Afferma: «Sottomesso con sincerità alla grande legge del regime parlamentare, non entrerei mai in contrasto con la volontà nazionale espressa dai suoi organi costituzionali». Dirà Marcel Prélot, nel suo “Précis de droit constitutionnel”, che la presidenza di Grévy non è soltanto l’elezione di un Capo dello Stato, è una nuova Costituzione. Che annulla di fatto il potere di scioglimento parlamentare.

Ora, Luigi Di Maio non è né Mac Mahon né Grévy. E Matteo Salvini non ha la stoffa di un Gambetta, anche se ha il fiuto di un segugio. La storia non si ripete mai negli stessi termini. Ma fa rima. E le analogie fanno riflettere. Nella notte del voto Salvini ha tenuto a tranquillizzare l’alleato grillino: non verrà meno alla parola data. Come la guerra di Badoglio, il governo continua. Dopo di che ha squadernato una sorta di decalogo degno di un novello Mosé. Vedi caso, i punti da sempre cari alla Lega. E rimasti appesi a mezz’aria come i caciocavalli di crociana memoria perché l’alleato grillino finora ha pronunciato o dei rotondi no o, con palese ipocrisia, dei “sì ma”, dove i “ma” rimandavano alle calende greche i “sì”. A questo punto Salvini ha presentato il conto: o mangi questa minestra o salti dalla finestra.

Di Maio è stato posto davanti a questo dilemma: sottomettersi o dimettersi. O ingoiare i bocconi amari messigli davanti dal “Capitano” o aprire la crisi di governo. Come dire, la padella o la brace. Perché nel primo caso lo smacco sarebbe tale da sfregiarne la leadership agli occhi degli elettori e del partito. È ben vero che questo partito ha una democrazia interna da far rivoltare nella tomba un liberale del calibro di Giovanni Sartori. Ma vox populi vox dei. E nessun Grillo, ammesso e non concesso che lo voglia, potrà mantenerlo in sella. Nel secondo caso, è peggio che andar di notte. Di Maio si è aggrappato al Potere con le unghie e con i denti. Tant’è che il suo sogno era la presidenza del Consiglio. Ma una volta caduto nella polvere, è destinato a sentirsi dire – novello Renzi – “Luigi chi?”.

Tocca al barcollante leader pentastellato optare per l’uno o l’altro corno del dilemma. Una cosa è certa: tertium non datur. Difatti la terza via che piace tanto agli italiani, più indecisi dell’asino di Buridano, è impraticabile. Per decenza, non potrebbe continuare il tiro alla fune tra due alleati che si parlano solo al Consiglio dei ministri. Perché la corda è logora. Non ha portato bene a chi l’ha tirata a più non posso. Ed è lì lì per spezzarsi. Il destino di Di Maio appare segnato. Come Mac Mahon, dovrà sottomettersi o fischiare il finale di partita. O, peggio, giocare le due carte in successione.

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