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Il fallimento politico di Matteo Salvini

 

Mimmo Lucano che torna a casa, Carola Rackete che lo querela per diffamazione, il governo che impugna la legge regionale anti-migranti del Friuli, Christine Lagarde che apre a maggior flessibilità sui conti pubblici, lo spread che scende a 150 punti base e, dulcis in fundo, Paolo Gentiloni che pare diventerà Commissario Europeo all’economia, quello che valuterà le prossime leggi di bilancio dell’Italia al posto di Pierre Moscovici.

Sembra uno scherzo, ma è la rappresentazione plastica dl fallimento di Matteo Salvini, l’uomo che fino a un mese fa aveva in mano l’Italia e che oggi si ritrova a dover fare i conti con una nemesi da lui stesso generata. Quella di governo tranquillo, fatto di gente come Gualtieri e Lamorgese che lavora tanto e comunica poco, con una rete di protezione internazionale tale da evitargli guai o manovre lacrime e sangue alla Monti Bis, e con la ferrea volontà di prosciugargli il consenso.

Di questo governo, Salvini è collante e spauracchio assieme. Spauracchio, perché il suo attuale consenso elettorale non consiglia strappi né al Pd né ai Cinque Stelle. Collante, perché lo strano accrocchio giallorosso – già in partenza più coeso del suo predecessore gialloverde – ha nell’antisalvinismo la sua prima ragion d’essere, un po’ come Ulivo e Unione erano uniti dall’ostilità a Berlusconi. Sembra paradossale, ma fino a un certo punto: per far incartare il governo, e far emergere le contraddizioni in seno alla maggioranza, Salvini dovrebbe sparire dalla scena. Più cercherà di finire sulle prime pagine dei giornali, il Capitano, più compatterà Pd e Cinque Stelle.

Il peggio deve ancora venire, però. Perché l’unica cosa che può far resuscitare Salvini è una caduta a breve termine dell’esecutivo. E l’unico modo in cui può provare a provocarla è vincere tutte le elezioni regionali che ha di fronte, dall’Emilia Romagna, all’Umbria fino alla Calabria. Peccato che proprio questa prospettiva sta generando in Pd e CInque Stelle la pazza idea di presentarsi assieme a questi appuntamenti elettorali, dando vita a una maggioranza politica ancora più forte e coesa.

Così fosse, il quadro politico cambierebbe radicalmente, da tripolare a bipolare. E se fino a che i poli erano tre non c’era gara, col centrodestra stabilmente attorno al 40-45% e Pd e Movimento a dividersi il resto e a spararsi addosso, oggi il tridente democratici-cinquestelle-sinistra può davvero rivaleggiare con il centrodestra a trazione leghista. Centrodestra, sì. Perché in questo nuovo scenario, Salvini non può più permettersi di sputare nel piatto di Berlusconi. Altro giro, altra sconfitta.

Può peggiorare ancora. Se il Pd e Cinque Stelle, ad esempio, trovassero l’accordo per cambiare la legge elettorale, eliminando i collegi uninominali del Rosatellum, dando vita a un sistema proporzionale con sbarramento. Dovesse accadere, gialli, rosa e rossi potrebbero permettersi di andare da soli alle elezioni e di dar vita a una maggioranza politica in Parlamento, senza dover per forza allearsi prima del voto. Una prospettiva, questa, più che probabile, anche perché incontrerebbe il favore di tutte le forze politiche Lega esclusa, da Forza Italia a Leu, passando per +Europa e Fratelli d’Italia. Prospettiva che finirebbe per cambiare di nuovo il quadro politico, favorendo la nascita di un centro moderato che andrebbe da Renzi a Carfagna, passando per Calenda e Bonino. Un centro che potrebbe giocare un ruolo di ago della bilancia tra la destra leghista e la coalizione giallorossa. E che, nei fatti, obbligherebbe Salvini a più miti posizioni, negoziandone l’intransigenza su Europa e migranti, per poter anche solo sperare di allearvisi.

Il quadro è sconfortante, per il Capitano. Che sì, ha portato la Lega dal 4 al 30 per cento. Ma che nel giro di pochi mesi rischia di finire all’angolo, minimizzata come un belva sdentata dagli errori strategici del suo leader, vittima di se stesso, della sua aggressività verbale e dell’incapacità di vedere al di là del proprio naso. Dalle parti di via Bellerio, e della Regione Veneto, i congiurati stanno già affilando i coltelli. Bacioni, Matteo.

 

 

 

 

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