Senza crescita non ci sono i soldi per fare cose di sinistra. Lo stiamo vedendo con la legge di bilancio: per evitare l’aumento dell’Iva, che sarebbe stato un disastro, e fare poco di più, facciamo 14 miliardi di deficit e siamo costretti ad inventarci nuove tasse. Siamo in un loop di debito che cresce, interessi che si mangiano tutto e pochi spiccioli che restano per fare le cose. Certo, c’è il contrasto dell’evasione fiscale, ma non pensiate che basti. È da un quarto di secolo che l’Italia non cresce, anzi decresce se si conta la senescenza naturale degli edifici, delle infrastrutture e delle conoscenze. Il problema è nella produzione. La Francia ha quasi la stessa produzione manifatturiera con 800 mila addetti in meno. Un addetto in Italia crea 60 mila euro di valore all’anno, in Francia 73 mila, e in Germania 77 mila. Siamo la seconda manifattura d’Europa, ma rischiamo il sorpasso da parte della Francia.

Per cambiare marcia servono più investimenti: privati, pubblici e delle multinazionali. Bisogna convincere le aziende – i cui depositi sono cresciuti di 128 miliardi dal 2012 al 2019 – a investire nel digitale, in ricerca, in nuove soluzioni organizzative, in capitale umano – esattamente com’è stato fatto in Emilia Romagna e come abbiamo fatto anche noi con Industria 4.0, muovendo 240 miliardi di investimenti, e come oggi fatichiamo a fare. E perché le aziende si decidano ad investire servono una pubblica amministrazione più efficiente, una forte semplificazione delle norme e della burocrazia e una giustizia più rapida. Difficile non vedere come questo punto – il lavoro, e cosa serva per creare lavoro – segni una rilevante distanza dalla cultura dei nostri attuali alleati di governo.

Non ero contrario ad avviare una la collaborazione, viste le alternative – ben altro è immaginare un’”alleanza strutturale” – ma la qualità di un governo non si giudica dalle intenzioni, si giudica dalle opere. E le opere, su questo specifico fronte, lasciano molto a desiderare. I titoli li conoscete: Ilva, Alitalia, Whirpool, Comau, riconversione dell’automotive, fallimento del reddito di cittadinanza, frenata su Industria 4.0. C’è un problema di egemonia culturale, che stiamo subendo. L’impressione che diamo è che il governo non abbia abbastanza cuore la crescita e la produttività, e a che a prevalere sia la cultura del risarcimento assistenziale, accompagnata da un ritorno di statalismo. Visto dalle regioni del Nord, questo determina una gravissima frattura con i ceti produttivi, e non solo con gli imprenditori. È un problema molto serio. Come ha scritto Dario Di Vico: «La Lega è già forte di suo – anche qui, anche in Emilia Romagna – non ha bisogno di essere aiutata».

E a proposito di Emilia Romagna, la piazza delle “sardine” – l’altra sera – è stata meravigliosa. Qualcuno ha osservato che era una piazza principalmente “contro”, e non si vince se ci si ferma al “contro”. Quella piazza, secondo me, era invece anche “per”: per un modello di società che si accompagna ad un modello di economia. E che le “sardine” stipate in Piazza Maggiore vogliono tenersi stretto. Quel modello, il modello dell’Emilia Romagna, è fondato innanzitutto sul lavoro e sull’occupazione, ed è un modello che tutta l’Italia vi invidia. E’ il modello di una regione che in questi anni ha portato la disoccupazione dal 9 al 4.8%. E che vanta un tasso di occupazione del 71,3%, il più alto del Paese. Che ha raggiunto questi risultati partendo dal Patto per il Lavoro – appunto – sottoscritto con imprese, sindacati, camere di commercio, comuni, università e terzo settore. E che ha saputo attivare investimenti per oltre 20 miliardi nelle opere pubbliche e nella mobilità, nella tutela del territorio e nella casa, nella ricerca tecnologica, nell’innovazione e nell’internazionalizzazione del sistema produttivo, nella formazione, nella sanità e nel welfare. Investimenti pubblici e investimenti privati. Che ha avuto la capacità di attrarre investimenti privati nelle aree interne, chiedendo impegni nella formazione in cambio degli incentivi. Lavoro, occupazione, crescita. Lavoro, occupazione, crescita. Su cui si fondano l’ampliamento del welfare, il contrasto della povertà e la lotta alle disuguaglianze. La giustizia sociale che ci sta tanto a cuore. Questo è il modello Emilia Romagna, che quelle “sardine” vogliono sia difeso. E che mi piacerebbe che fosse il modello di tutto il Pd. Crescita e inclusione. Sviluppo e solidarietà. Apertura e comunità. Se ci fate è esattamente la ricetta dei sindaci democratici. Con questa ricetta a maggio abbiamo vinto, battendo i candidati della Lega. Sono sicuro che ci riuscirà anche Stefano Bonaccini.

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