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Il mondo è in alto mare, ma l’orchestrina liberale continua a suggerire di mangiare brioche

Ho tanti amici liberali, sono io stesso liberale, ma comincio a pensare che tra i responsabili del caos globale che stiamo vivendo ci siano anche loro, ci siamo noi, mi ci metto anch’io, tutti quelli che rispondono al disordine mondiale e alle diseguaglianze economiche create dalla rivoluzione tecnologica sfoderando, come a un dotto seminario di studi, l’ideologia dell’autentico, limpido e incontaminato pensiero liberale.

L’occidente ribolle ma la risposta del liberale in purezza è la reiterazione astratta dei classici principi di von Hayek, dimenticandosi peraltro che un altro gigante del liberalismo, John Maynard Keynes, seppe indicare una soluzione liberale alle mutate esigenze del suo tempo e da lì a poco nacque quella bazzecola che ha preso il nome di welfare state. Cosa che fece anche un altro grande liberal, il presidente americano Franklin Delano Roosevelt, il quale fu capace di rispondere alla Grande Depressione con il New Deal, cioè con un sistema di intervento statale e di protezione sociale ideato non per anticipare la rivoluzione socialista, come oggi denuncerebbero indignati i liberali in purezza, ma al contrario per scongiurarla e semmai per salvaguardare il capitalismo. Ora, invece, anziché affrontare la questione sociale del nostro tempo con la medesima ampiezza di vedute di allora, il riflesso condizionato è quello di negare che esista una questione sociale.

Il dotto seminario di studi liberali si è trasformato nell’orchestrina del Titanic che affonda mentre continua a suggerire ai naufraghi di mangiare brioche.
Il problema è che oggi tra i liberali non ci sono né Keynes né FDR, ma solo una reiterata e grottesca riproposizione dell’ortodossia di scuola austriaca o di Chicago che, salvo notevoli eccezioni tipo L’Economist di Londra e la leader liberal democratica inglese Jo Swinson, sta trasformando i liberali duri e puri nei nuovi comunisti del XXI secolo, gli unici ormai ad applicare l’ortodossia del pensiero a situazioni ormai sfuggite di mano.

Per cui, anche se si sono trasformate in soggetti più potenti delle odiate entità statali, le piattaforme tecnologiche devono comunque essere lasciate agire indisturbate, e non importa se stanno demolendo il tessuto sociale delle democrazie occidentali. Se aumentano disparità economiche e le comunità meno attrezzate al cambiamento restano indietro, i liberali intransigenti spiegano che sia giusto così, devono soffrire, è il mercato, bellezza. Le piazze si rivoltano contro le élite, a torto o a ragione, ma il liberale in panciotto se ne infischia e continua a spiegare che bisogna abbassare le tasse soprattutto ai miliardari, a maggior gloria dei super-rich e delle aziende del parastato che però sono così gentili da finanziare le attività dei centri studi liberali.

Gli scienziati avvertono che i cambiamenti climatici provocano disastri ambientali ed economici, e potenzialmente esistenziali per l’intero pianeta, ma i liberali inflessibili spingono comunque sul pedale dell’acceleratore, si prendono gioco di Greta e delle nuove generazioni in piazza, nonostante poi i danni debbano essere pagati dal tanto odiato settore pubblico. Quando gli si fa notare che sta saltando tutto, ammesso che il fenomeno non sia già irreversibile, e che bisogna trovare nuove formule, far circolare nuove idee, aggiornare quelle di cento anni fa, auspicare nuove soluzioni in grado di garantire e di proteggere chi non si sente garantito e protetto, perché altrimenti salta la società aperta, non c’è niente da fare perché i liberali rigorosi continuano con la tiritera dei tagli alla spesa pubblica e dello stimolo fiscale ai billionaire. Aborrono giustamente la soluzione venezuelana, ma facendo finta di niente diventano i facilitatori del chauvismo in Europa e in Occidente. Nei casi patologici, arrivano a sostenere Salvini, Putin, Trump e manca pochissimo che si giunga all’apologia liberale del luminoso sistema cinese.

In passato i progressisti della Terza Via e i conservatori compassionevoli hanno cercato una strada nuova per governare il cambiamento, i primi a immaginare una sintesi tra le ricette economiche liberali e la politica sociale progressista e i secondi a coinvolgere il settore pubblico per promuovere l’individualismo conservatore, ma entrambi sono stati spazzati via. Oggi la scena è occupata dai populisti di destra e di sinistra da una parte e da un litigioso arcipelago di posizioni progressiste e liberali dall’altra, il caos della Brexit e della secessione catalana da un lato e i disordini pubblici cileni dall’altro, il populismo venezuelano contro l’autoritarismo russo o cinese.
Forse è il caso di scendere dal Titanic, di togliersi il panciotto e di trovare un’inedita soluzione liberale.

https://www.linkiesta.it/it/article/2019/11/07/populismo-liberalismo-crisi-occidente/44258/

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