Paolo Mieli nell’editoriale di lunedì sul Corriere della Sera ha sollevato un tema-chiave relativo a Silvio Berlusconi e al suo partito: dopo venticinque anni in prima fila nel panorama politico italiano, il Cavaliere è ormai prossimo alla fine della sua esperienza, e non ha “costruito” un erede, una leadership che possa proseguire questa storia “azzurra”.

Quanto sottolinea Mieli è un dato di fatto, innegabile: verosimilmente Forza Italia si esaurirà insieme a Berlusconi. Ma la notizia, francamente, non è sorprendente: è un destino comune a buona parte dei “partiti personali”, a impronta leaderistica, costruiti su misura per il “capo”. E nella storia politica europea, una delle rare eccezioni a questa regola è stato il Front National francese, in cui la leadership è stata tramandata in modo puramente ereditario, da Le Pen a Le Pen, da padre a figlia: un’eredità puramente tradizionale, per seguire le categorie weberiane. In alcuni periodi in passato è sembrato che anche Forza Italia potesse prendere la stessa direzione, promuovendo una delle figlie del Cavaliere, ma il tempo ha oscurato questa ipotesi. Così come, uno dopo l’altro, tutti i delfini dell’ex premier sono stati messi all’angolo, da Alfano fino a Toti e Carfagna.

Quindi, un partito che per vent’anni ha segnato (e in alcuni periodi dominato) la storia d’Italia vive oggi i suoi giorni più difficili: con un leader in grande crisi (dettata in primis da ragioni anagrafiche) e nessun erede a prenderne il testimone.

Tuttavia, tra i grandi partiti italiani il caso-Forza Italia pare rimanere isolato. Il Partito Democratico sembra essere tornato, con la leadership di Zingaretti, a una struttura classica, in linea con quella degli altri partiti socialdemocratici europei. Nel MoVimento 5 Stelle, il leader ufficiale non sembra coincidere con il leader reale: infatti, mentre il Vicepremier Di Maio sembra essere sostituibile, non esistono (e non esisteranno) alternative a Casaleggio, che decide la linea e controlla le piattaforme organizzative del MoVimento.

Infine, Matteo Salvini sembra distinguersi da Berlusconi anche sotto questo aspetto. Non c’è dubbio che la Lega sia diventata negli ultimi anni un soggetto politico perfettamente inserito nella tipologia dei “partiti del capo” (fortunata definizione di Fabio Bordignon). Tuttavia, se Forza Italia è stata costruita da Berlusconi a sua immagine e somiglianza, la Lega di Salvini è invece un partito che ha certamente subìto una mutazione ideologica, organizzativa e simbolica, ma ha altresì ereditato (e mantenuto) una organizzazione territoriale invidiabile, che Forza Italia non ha mai avuto.

Nel Carroccio, Salvini è mediaticamente sempre più presente mentre i dirigenti in seconda fila lo sono sempre meno, ma una parte non irrilevante del consenso al partito viene intercettata da leader locali, da Zaia a Fedriga e Fontana. La Lega vanta una storia di decenni prima dell’arrivo dell’attuale Ministro degli Interni, e gode di leadership locali radicate ed apprezzate. Certo, il dominio salviniano sulla Lega dura da poco più di cinque anni, mentre quello berlusconiano ha superato il quarto di secolo, ma gli eredi di Miglio e Rocchetta hanno una struttura tale da sopravvivere anche a un leader carismatico. Dopotutto, ai tempi della politica veloce, le leadership durature sembrano superate e poco verosimili: nonostante il proliferare dei “partiti del capo”, Forza Italia pare l’unico soggetto senza prospettive e senza eredi.

 

 

 

 

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