Si ricorderà l’iniziale divieto di comparire sui media per i parlamentari, la ferrea disciplina di sottomissione alla Casaleggio e Associati., la sottomissione al voto on line degli iscritti di talune importanti decisioni in sede parlamentare (come il voto sulla richiesta di autorizzazione a procedere contro il Ministro dell’Interno Matteo Salvini da parte del Tribunale dei Ministri sul caso della nave Diciotti), e i regolamenti parlamentari che prevedono l’espulsione in caso di mancato rispetto delle decisioni assunte con le votazioni in rete o dagli organi del M5S, o di condotte che ne vìolino la linea politica, espulsione cui si aggiunge la minaccia di sanzione di 100.000 € che può essere comminata anche in caso di dimissioni volontarie determinate da dissenso politico.

Quei regolamenti, come riconosciuto da molti Tribunali civili, istituendo un mandato imperativo tra il Movimento e i suoi parlamentari sono incostituzionali e, come tali, inapplicabili, ragione per la quale il M5S non si è mai spinto a irrogare la cospicua sanzione economica temendo che i giudici l’avrebbero annullata.

Dunque, almeno con specifico riferimento al M5S, non sembra vero che «occorre introdurre forme di vincolo di mandato per contrastare il fenomeno del trasformismo»: ma appare vero piuttosto il contrario.

E cioè che l’abbandono dei gruppi del M5S da parte di numerosi parlamentari sembra dovuto proprio al dovere (incostituzionale) di obbedienza che quel partito impone loro.

Ma è poi lecito etichettare come “trasformista” chi lascia un partito che sanziona il dissenso politico con l’espulsione?

Trasformista è il governo che si assicura la maggioranza comprando, con favori e clientele, il voto dei parlamentari più spregiudicati: cosa c’entra il trasformismo con chi decide di allontanarsi da un partito autoritario e illiberale, per di più quando la sua decisione non sembra dettata da ragioni d’interesse personale, ma da sincero convincimento?

Basterebbero un incremento del tasso di democraticità interno al partito e ai gruppi, tolleranza verso il dissenso e un po’ di buon senso nella selezione e formazione delle liste elettorali (oggi affidata a insondabili e opachi riti digitali on line) per riportare anche nel M5S il c.d. “trasformismo” a soglie fisiologiche.

Dunque se davvero si vuole limitare la migrazione dei parlamentari da un gruppo all’altro non occorre affatto aggredirne l’antica e necessaria libertà costituzionale di pensiero e di azione, ma occorre semmai costringere i partiti di matrice autoritaria a “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” nel rispetto dell’art. 49 della Costituzione.

[1] Le informazioni storiche che seguono sono state illustrate da Sabino Cassese in un recente convegno organizzato da ITALIASTATODIDIRITTO su “Partiti digitali e vincolo di mandato” https://www.radioradicale.it/scheda/587506/partiti-digitali-e-vincolo-di-mandato

https://www.linkiesta.it/it/article/2019/11/20/vincolo-di-mandato-tutela-costituzione-m5s/44410/

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