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Insulti alla capitana e muro anti migranti: italiani, siete diventati un popolo di nutrie

 

Alla fine, forte del proprio analfabetismo conseguito e testato sui social, ciò che potremmo chiamare la nuova plebe, scacciò dalla memoria l’antica, quella che in certe pitture barocche mostra soprattutto Napoli, la sua storia secolare tribolata, pronta a soffocare nel sangue le idee ordite da generosi nobili infatuati di rivoluzione, di più, dalle “élite”, disprezzate in quanto tali. Pensate al duca Gennaro Serra di Cassano nel 1799, poi al conte Carlo Pisacane nel 1857, la cui sciabola dimora adesso al Museo del Risorgimento, nel ventre del Vittoriano. Meglio ancora se portatrici – le immonde “élite” non certo la plebe, sia chiaro – di un pensiero ora illuministico ora proto-socialista. Dunque non era una prerogativa unica del mondo all’ombra del Vesuvio, forte dei Masaniello o Agostino ‘o Pazzo, per chi di quest’ultimo ha memoria, quel certo modus di reagire alla Vandea subculturale; il duca Gennaro, colpevole di sognare la repubblica, finirà decapitato, da allora il portone del palazzo di famiglia è rimasto doverosamente sbarrato in faccia alla plebe, monito a una coscienza mai raggiunta, calpestata.

Uscendo dai sussidiari di storia per ficcarci nel greve reality post-berlusconiano odierno, va detto che la plebe remix appare sempre più un fenomeno metropolitano globale, pronto a mostrare innanzitutto il proprio rifiuto di ogni complessità culturale, fosse anche il semplice “carissimo amico” della democrazia, quasi che il nuovo soggetto prevalente abbia scelto di rispondere a ogni obiezione dialettica con un “E ‘sti cazzi?”. Miserie accompagnate da un repertorio di altre citazioni degno delle “più belle frasi di Osho”, il romanesco come lingua globale del qualunquistico cinismo, cioè ‘sti cazzi e ancora ‘sti cazzi in luogo, che so, del Michel Foucault dei “radical chic”.

Scendendo nello specifico, si tratta di un soggetto sociale cresciuto nel grottino-tavernetta di un paese che da “terribilmente sporco”, suggeriva Pasolini, ha completato la propria transizione verso lo stato acefalo, e questo, così pensano i gretti, ritenendo che le conquiste civili siano una profanazione quasi anale dell’orgoglio patrio, un’imposizione giunta dai “comunisti”, dai “sinistri”, dalle “zecche rosse”. Propellente per un Sessantotto della destra che strega la nuova plebe con le sirene spiegate della Lega di Salvini e del M5S di Luigi Di Maio, forze politiche che, in verità, mostrano un effetto-Niagara, cioè stura water, circa un sentire ultimo diffuso e profondo razzista che stava solo in sonno. Questa nuova irresistibile plebe, assente a ogni coscienza individuale, segnata da un riflesso paranoide, come si evince dalla prosa sui social, è assimilabile al branco di nutrie, all’istinto gregario, posseduto dalla narrazione e dalla propaganda populista, mostrando così un background bruciato da decenni di esposizione alla televisione commerciale.

Per intenderci, prima di concedersi quasi eroticamente al fascino casual di Salvini, gli stessi soggetti sono rimasti stregati dal fard di Berlusconi. Occorre pensare che decenni di “Uomini e donne” e “Paperissima” e “Ciao Darwin” abbiano lasciato lesioni permanenti sull’encefalo di un paese sostanzialmente illetterato.

 

 

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