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Home Politica

La ripresa degli sbarchi mostra che i primi ostaggi dei libici siamo noi

by Redazione
24 Novembre 2019
in Politica
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Negli ultimi quattro giorni almeno seicento migranti sono partiti dalla Libia, ci sono stati diversi naufragi e si parla di decine di dispersi, mentre sono stati già recuperati sei corpi senza vita. Le tre navi delle ong presenti hanno salvato più di trecento persone, proprio mentre su raiuno Matteo Salvini inveiva contro di loro, rivendicava la sua politica dei “porti chiusi” e sfidava la magistratura di Agrigento, che lo indaga per sequestro di persona in un caso del tutto simile a quello della Diciotti, a portarlo in tribunale (che è esattamente la stessa cosa che disse all’inizio del caso Diciotti, per poi chiedere alla sua maggioranza di negare l’autorizzazione e salvarlo dal processo).

Salvini dunque rivendica il diritto di tenere delle persone in ostaggio su una nave in condizioni critiche, impedendo loro di sbarcare, anche se questo diritto non ce l’ha, perché è contrario alle leggi e alla Costituzione. E quel che è peggio si dice determinato a «rifare tutto» non appena tornerà al governo. Non si potrebbe configurare in modo più plateale l’attacco allo Stato di diritto, nonché la premessa di quel modello Orbán che di questo passo ci troveremo ben presto a sperimentare. Ma nessuno dice niente perché si tratta di migranti, africani per giunta, e quindi il fatto che un ministro o anche un intero governo possa violarne i più elementari diritti, e addirittura rivendicarlo come propria prerogativa, non sembra preoccupare nessuno. O forse nessuno dice niente perché – scommetto che ci eravate già arrivati da soli – se ti azzardi a protestare, o anche solo a far notare l’enormità della cosa, poi vince Salvini.

Per lo stesso motivo, probabilmente, nel 2017 il governo guidato dal Partito democratico, con Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi e Marco Minniti agli Interni, aveva sottoscritto il famoso memorandum d’intesa con la Libia, finanziandone la cosiddetta «guardia costiera», per fermare i flussi di migranti diretti – o per essere più precisi: in fuga – verso l’Italia. Tralasciamo i dettagli emersi nel frattempo, come il fatto che a trattare con funzionari del nostro governo, in Italia, vennero fior di trafficanti di uomini, ancora oggi appartenenti a tutti gli effetti a quelle «autorità libiche» con cui collaboriamo fraternamente. Chiunque abbia occhi per vedere, ormai, ha visto come i migranti in Libia vengono «fermati» e cosa succede dentro quelli che ci ostiniamo a chiamare «centri di accoglienza», che sono veri e propri lager.

Eppure l’attuale governo non ha voluto toccare quegli accordi, ha lasciato che venissero rinnovati, limitandosi a dire, come ha ripetuto di recente il ministro dell’Interno Lamorgese, che saranno rivisti e migliorati, ovviamente di comune accordo con i gentiluomini con cui li abbiamo sottoscritti. I quali evidentemente hanno deciso di cominciare subito ad alzare il prezzo, o almeno a darci un assaggio di quello che possono fare se tiriamo troppo la corda. Ma naturalmente può anche darsi che la ragione dell’improvvisa impennata negli sbarchi sia semplicemente l’aggravarsi della situazione sul campo, che ieri ha spinto l’agenzia delle Nazioni Unite per le migrazioni a chiedere di «smantellare il sistema di detenzione», visto l’intensificarsi dei bombardamenti su Tripoli. Decidete voi qual è l’ipotesi peggiore.

Ricapitolando: nel 2017 il governo guidato dal Pd, attraverso l’accordo con la Libia, ha fatto una scelta molto difficile e molto discutibile, un compromesso che in quel momento – di fronte all’arrivo di dodicimila migranti in appena 36 ore – è sembrato a molti inevitabile, per cercare di tenere la situazione sotto controllo (e anche, legittimamente, per non perdere le elezioni). Intendiamoci: non era una situazione facile, soluzioni alternative pronte e praticabili non ce n’erano molte e la pressione era fortissima.

Sta di fatto che gli sbarchi sono crollati, ma alle elezioni del 2018 Salvini e i populisti hanno vinto alla stragrande, e facendo campagna proprio su questo tema. E adesso che sono passati due anni – due anni in cui abbiamo potuto vedere con i nostri occhi dove e come vengono trattenuti quelli che dalla Libia non partono più – che cosa dice il Partito democratico?

All’inizio di novembre, ospite di Otto e Mezzo, a domanda precisa su quale bilancio si dovesse tirare dell’intesa con i libici, Gentiloni ha risposto che «quel memorandum non fu affatto un errore», e che certo c’è «la necessità di rivederlo… se possibile, se ci sono le condizioni per rinegoziarlo». Ma ancora più significativo è quello che Gentiloni ha aggiunto dopo: «Per noi occidentali molto spesso la scelta più semplice è quella di lavarcene le mani. Facciamo una bella figura, prendiamo questo memorandum e lo stracciamo, non ci occupiamo più di provare a gestire i flussi in Libia: scompare la tortura? Scompaiono i morti in mare?». È un vero peccato che nessuno gli abbia fatto notare che certo, se non facciamo niente, nessuna di quelle atrocità scomparirà da sola, ma smettere di finanziarle potrebbe comunque essere un primo passo.

E invece continueremo. E indovinate perché? Bravi, avete indovinato di nuovo: perché sennò vince Salvini. Che peraltro ha già vinto, giusto un anno dopo la sottoscrizione del memorandum. In altre parole, i democratici hanno fatto un patto col diavolo – certamente, almeno all’inizio, con le migliori intenzioni – che però si ostinano a difendere tuttora, anche contro l’evidenza. E ne hanno ricavato in premio una sconfitta dietro l’altra.
Se questa dinamica vi sembra di averla già vista all’opera, e non solo sulla Libia, non vi sbagliate.

https://www.linkiesta.it/it/article/2019/11/23/sbarchi-italia-libia-migranti/44491/

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