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Landini: con le imprese un patto su lavoro, salari e investimenti

«È interesse di lavoratori e imprese mettere al centro l’aumento degli investimenti e dei salari oltre a una nuova fiscalità seriamente orientata a ridurre gli squilibri e le diseguaglianze, uno dei fenomeni più gravi del nostro tempo, e non a premiare chi ha di più e a punire chi ha di meno come accade con la tassa piatta». Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, è reduce dal corteo «People. Prima le persone» che a Milano ha visto sfilare 200mila persone.

Perché ha portato la confederazione in quella piazza?
«Per sostenere un’idea di giustizia sociale e di modello di Paese fondato su accoglienza e integrazione e sui valori profondi della Costituzione».

Una manifestazione in continuità con alcuni degli slogan dell’altra manifestazione del 9 febbraio a San Giovanni, dove con i sindacati partecipavano anche alcune rappresentanze delle imprese sì-triv. Si sta creando un clima nuovo tra imprese e sindacati? Dove vede le maggiori convergenze?
Non so se si tratta di vere e proprie convergenze. So che insieme possiamo mettere al centro il tema del lavoro, il lavoro di qualità e non quello precario che nel frattempo è aumentato. E so che per fare questo bisogna prima dare attuazione al Patto della fabbrica con cui abbiamo già concordato nuove regole per la rappresentanza e per tracciare nuovi perimetri dei contratti (anche per ridurli di numero). Bisogna che sindacati e imprese chiedano con forza al ministero di applicare le convenzioni che, tramite Inps, possano certificare la reale rappresentanza di chi firma gli accordi. Oggi ci sono ancora troppi contratti pirati firmati da non si sa chi e per conto di chi e servono solo a creare un mercato selvaggio della contrattazione in dumping.

Lei parla anche di investimenti. Che sono anche la priorità delle imprese.
Gli investimenti sono la via principale per creare il lavoro, quello vero. Servono investimenti pubblici in dosi massicce e anche investimenti privati. Che non sono stati sufficienti nonostante le imprese abbiano avuto incentivi in quantità mai vista prima. Incentivi che non sempre ho visto tornare anche nelle tasche dei lavoratori.

Se il Pil non è sprofondato è per l’aumento del valore aggiunto dell’industria, che in questi anni con le agevolazioni per Industria 4.0 ha investito massicciamente in innovazione, fino a cambiare del tutto il paradigma tecnologico di riferimento. Ciò che manca è la spesa pubblica.
Mancano gli investimenti pubblici che si sono bloccati. Ma anche le imprese private hanno avuto atteggiamenti diversi: quelle maggiormente orientate all’export hanno investito in innovazione e sono quelle più dinamiche, mentre gran parte delle altre non hanno fatto lo stesso e sono oggi in posizione arretrata e a rischio. E anche vero che il sistema degli incentivi messo in campo da industria 4.0 non ha aiutato la crescita e lo sviluppo della piccola e media impresa. Non è affatto diminuita la differenza tra Nord e Sud e spesso ci sono forme di squilibrio e diseguaglianza anche all’interno delle stesse regioni. In questi anni di forti incentivi non tutto è tornato agli investimenti, alcune imprese hanno preferito la speculazione finanziaria o le scelte immobiliari. E il lavoro si è impoverito e si è allargata anche l’area del lavoro precario e poco remunerato.

Resta il fatto che bisogna affrontare il tema della produttività da cui dipende anche quello dei salari. E su questo le parti sociali possono fare molto.
Bisogna però intendersi su cosa sia la produttività. Quella del lavoro è già alta. Non c’è più spazio per organizzare la competitività con la riduzione continua dei costi e dei diritti. Manca l’investimento in innovazione, nel miglioramento del processo di produzione , nell’organizzazione. Mancano spesso nuove sfide produttive che guardino alla sostenibilità e alle tecnologie digitali.

Anche in questo caso non si può generalizzare. Manca anche la produttività che deriva dall’efficienza complessiva del Paese. Dal suo livello di istruzione, di infrastrutture, di qualità del capitale umano. Conta anche la politica fiscale. E il rilancio dei salari e degli investimenti passa anche dalla riduzione del famigerato cuneo fiscale.
Non ho problemi a discutere su come abbattere il cuneo fiscale sulle imprese sul lavoro a patto che non si tratti di ridurre i contributi per le pensioni o per la sanità. Bisogna comunque trovare un sistema che ne garantisca il finanziamento. Per me l’importante è abbassare l’Irpef al lavoro dipendente, ridisegnare una riforma fiscale nel segno dell’equità e della progressività, come prevede la Costituzione. È evidente che da noi c’è una questione di diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza. È sotto gli occhi di tutti che chi era più ricco è diventato ancora più ricco e chi era più povero si è impoverito ancora di più. La risposta non è la flat tax che fa aumentare questi squilibri.

È la patrimoniale?
Non mi voglio impiccare alle definizioni. Penso che vada affrontato il tema dell’evasione fiscale e della tassazione non solo dei redditi. Ci sono moltissimi esempi di altri Paesi europei e non solo, l’importante è il risultato e credo abbia anche senso parlare di tassa di successione. La riforma fiscale è una delle richieste di Cgil,Cisl Uil e, tornando all’Irpef, per me bisogna aumentare le detrazioni per il lavoro dipendente e per le pensioni: la priorità è questa.

Il Governo che segnali vi ha dato?
Sembrano continuare in una sorta di autoreferenzialità. Del resto non si consultano con nessuno nemmeno con il Parlamento, che è stato del tutto bypassato in occasione della legge di stabilità. Che resta un legge sbagliata e del tutto inadatta a far cambiare verso alla crescita economica. Il governo pensa alla disintermediazione sociale come hanno fatto anche altri governi che non mi pare abbiano lasciato un grande ricordo. Discutere e trattare con il sindacato è utile perché la complessità dei temi è tale che occorrono interlocutori in grado di comprendere i problemi e le conseguenze delle scelte sulla vita vera.

E allora cosa farete per farvi ascoltare?
La manifestazione del 9 febbraio ha avuto una partecipazione che ci ha stupito nella sua inimmaginabile ampiezza. C’è una grande voglia di partecipare e di indicare che bisogna cambiare strada. Noi insistiamo. Il 15 marzo è previsto uno sciopero degli edili: è un settore bloccato in una stasi drammatica. Tutti i cantieri sono fermi per colpa delle incertezze del governo sulle infrastrutture. Non c’è un indirizzo strategico.

E quando c’è, come con la Tav, si torna indietro ( e anche lei non è mai stato favorevole).
La Tav è sicuramente uno dei temi. Ma la cosa principale è che conosciamo una molteplicità di analisi di costi benefici e di report di segni opposti ma non sappiamo ancora che vuole fare davvero il Governo. Che ha il compito istituzionale di decidere e non lo fa. È questa la cosa più grave. Ma ciò che è più drammatico è che questa incertezza ha bloccato tutti i cantieri e paralizzato un intero settore.

È allo studio la riforma del codice degli appalti proprio per sbloccare almeno una parte di quei lavori. Che ne pensa?
Che se quella riforma serve a ridurre un po’ di burocrazia va bene. Ma se serve a ripristinare i subappalti, le finte cooperative le rincorse al ribasso sui costi allora non va bene per niente. Non dimentichiamo che attraverso il subappalto la malavita è riuscita a controllare interi pezzi dell’economia e di territorio. Noi, con le imprese, dovremmo fare una battaglia comune per evitare questa deriva pericolosa.

Che ne pensa della nazionalizzazione dell’Alitalia?
Mi sembra una definizione un po’ forte. C’è una ipotesi di maggioranza pubblica ma anche di soci privati. La Cgil non è contraria alla presenza dello Stato nelle aziende strategiche come in questo caso. Ma ciò che manca è il piano industriale. Anche in questo caso servono investimenti, nelle rotte a lungo raggio e nella flotta conseguente ad esempio. Invece si parla solo e sempre di esuberi. Per questo il 25 marzo ci sarà lo sciopero del trasporto aereo: ci sono ancora 1500 lavoratori in cassa integrazione e la sensazione è che il tempo stia passando invano. Non c’è tempo. Servono risposte e serve un piano industriale credibile. È una stagione di mobilitazioni forti. Il Governo dovrà ascoltarci. Anche perché pensiamo anche a una grande manifestazione unitaria per rilanciare gli investimenti al Sud che è la vera strada per rilanciare tutta l’Italia.

Che idea si è fatto dopo lo sciopero indetto dai driver di Amazon?
Che l’algoritmo va contrattato e che bisogna mantenere dei limiti alla disumanizzazione del lavoro. Quegli autisti devono fare una consegna ogni 3,5 minuti con rischi enormi per la sicurezza e per la loro tenuta psico-fisica. Dietro l’algoritmo c’è sempre l’uomo e non si può organizzare il lavoro solo come sfruttamento estremo. Questo è un cottimo senza nemmeno le maggiorazioni che un tempo erano previste per quel sistema. Lo sciopero ha avuto successo: ora la trattativa si è riaperta. E questo è importante. Lì c’è un grande spazio di rappresentanza per il sindacato.

Di Maio non vuole il lavoro alla domenica nei centri commerciali. La Cgil come è schierata?
Il lavoro alla domenica va regolato e contrattato. La liberalizzazione selvaggia degli ultimi tempi finisce per far lavorare ogni domenica, ogni notte e ogni festivo. È troppo.

Gli ultimi dati sul mercato del lavoro consentono di trarre un bilancio del decreto dignità. Come è andata?
Sono aumentati i lavori a part time sono diminuite le ore di lavoro e quindi si è creato un lavoro più povero. Non c’è stata una inversione di rotta nella precarietà. Le stabilizzazioni dei contratti a termine hanno riguardato i lavoratori più anziani mentre per i giovani la disoccupazione è aumentata.

Il reddito di cittadinanza funzionerà?
Con Cisl e Uil abbiamo sempre detto che il tema della lotta alla povertà era sacrosanto. Ma sarebbe stato meglio allargare il raggio d’azione del vecchio Reddito di inclusione. Perché per affrontare la povertà non basta solo l’idea di trovare un lavoro, servono servizi sociali. Aver mescolato questo obiettivo con le politiche attive per il lavoro rischia di far fare male entrambe le cose. Quanto ai centri per l’impiego non credo che saranno i luoghi dove si troverà il lavoro e i famosi navigator saranno dei precari incaricati di trovare ai disoccupati un lavoro stabile. Non mi pare un buon inizio.

E quota 100 è un buon inizio?
Far andare in pensione le persone è un nostro obiettivo Ma noi vorremmo cambiare tutta la legge Fornero, che poi è stata votata da tutto il Parlamento. Non è una vera quota 100 perché, ad esempio, se hai 40 anni di contributi e 60 anni di età non puoi lasciare il lavoro; poi sono state inserite delle finestre anomale, non sono stati considerati i lavori gravosi. Noi vorremmo una riforma più ampia dove immaginare una pensione di garanzia per i giovani e un anno di contributi gratis per ogni figlio di ogni lavoratrice donna e dove immaginare un’età flessibile per l’uscita dal mondo del lavoro. Un’ultima notazione: non è affatto vero che per ogni lavoratore uscito con quota 100 ne viene assunto uno. E quand’anche accadesse nel pubblico impiego, il Governo ha bloccato il turnover. Così rischiamo di avere dei vuoti importanti in settori come la sanità o la scuola con i rischio di ridurre i servizi ai cittadini. Serve che il governo acceleri le procedure per I concorsi e disponga nuove assunzioni.

Sul tema dell’Europa ci sono molte convergenze con il mondo dell’impresa.
Noi pensiamo a un’Europa sociale e dei diritti. L’Europa è un punto strategico irrinunciabile e guai a pensare di uscire dall’euro o dall’Unione. Sono solo boutade inutili. Per arrivare a questa idea di Europa però bisogna cambiare molte cose: bisogna puntare sugli investimenti su larga scala e scomputarli dal calcolo del deficit dei singoli Paesi, e poi bisogna creare strumenti finanziari come gli eurobond che consentano la condivisione del debito continentale se finalizzato alla creazione di misure di sviluppo concreto e di lungo periodo. Servono poi politiche di condivisione vera dell’immigrazione (l’Italia non può essere lasciata sola come è stato fatto finora) e diritti comuni in tema di competitività, penso ad esempio al tema delle delocalizzazioni selvagge. Dentro alla nostra idea di un’Europa sociale c’è anche, specularmente, la nostra contrarietà all’idea di autonomia differenziata di cui si sta parlando da noi. Su istruzione, salute, sicurezza, lavoro non ci possono essere differenze. I diritti sono e devono rimanere uguali per tutti. È per questo che pensiamo alla prossima Festa del 1 maggio dedicata proprio al tema dell’idea di paese e dell’idea di Europa. Entrambe devono restare centrate sulle persone e su un’idea di dignità del lavoro: questo è fondamentale.

Un’ultima domanda. Lei cosa ha imparato dalla battaglia contro Marchionne da cui la Fiom è uscita male?
Non sono d’accordo. La Fiom non ne è uscita male. La Corte costituzionale ha sancito che l’esclusione dalle trattative dei sindacati che non firmavano gli accordi non era costituzionale e serviva una legge sulla rappresentanza. Ciò che conta è vedere cosa sta accadendo ora a quel settore. Noi non abbiamo mai avuto un problema con Sergio Marchionne ma non ci pareva chiara la strategia. E oggi siamo preoccupati per la vendita di asset importanti come Magneti Marelli ad esempio e per il rischio spezzatino per un gruppo tanto rilevante per l’Italia. Manca del tutto un indirizzo di politica industriale del governo mentre i governi di Usa, Francia, Germania e Giappone danno un gran de impulso agli investimenti e all’innovazione. Anche in questo caso servirebbe un tavolo di confronto, ma il governo si guarda bene dal convocarlo.

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