C’è chi dice che l’apriscatole è diventato tonno, come Giorgia Meloni. C’è chi denuncia il ribaltone di Palazzo, parla di patto delle poltrone ed evoca una nuova stagione di sospensione della democrazia, come Matteo Salvini. C’è chi dice, infine, che il Pd si è messo nelle mani di un Movimento eversivo, che decide delle sorti di un Paese su un sito gestito da una srl privata, come Carlo Calenda. Tutto legittimo, per carità, ma vero solo in parte. Perché il patto tra Pd e Cinque Stelle, in realtà, è qualcosa di più del tradimento di un ideale, di un mercimonio di poltrone. Al contrario, può essere il primo vagito di una nuova stagione politica, dopo una lunga quasi trentennale parentesi antipolitica.

Già, trentennale. Perché la demolizione delle istituzioni repubblicane non inizia con Beppe Grillo nel 2009. Inizia nel 1993, quando un emiciclo delegittimato e terrorizzato abolisce l’immunità parlamentare, sotto i colpi delle inchieste di Mani Pulite. Quando quello stesso parlamento approva una legge elettorale – il Mattarellum, curiosamente – che spoglia il Parlamento dei suoi poteri legislativi, regalandoli all’Esecutivo, nel nome del bipolarismo e dell’elezione diretta de facto del presidente del consiglio dei ministri. Quando i partiti diventano comitati elettorali col nome del leader nel simbolo, in nome e in gloria del culto berlusconiano della personalità. Quando nei primi anni duemila si toglie loro persino il diritto a scegliersi i candidati, nel nome delle primarie all’americana, o delle autocandidature su un blog. Quando tra il 2011 e il 2013 la furia antipolitica si abbatte sul finanziamento pubblico, dimezzato da Monti-Bersani, abolito da Letta-Renzi.

Non c’è forza politica che non sia in parte responsabile di questo disastro, che ha depauperato anno dopo anno, decennio dopo decennio, la qualità complessiva dei nostri rappresentanti, oggi considerati dai loro stessi elettori alla stregua di privilegiati, scimmiette ammaestrate scalda poltrona e pigia tasti, cagnolini fedeli al seguito dei leader vincenti che possono garantire loro una ricandidatura, solo nominalmente iscritti a partiti incapaci di formarli, o anche solo di selezionarli.

Ed è curioso, forse solo fino a un certo punto, che la grande vendetta del Parlamento parta proprio dal cuore del Movimento che più di altri rappresenta la nemesi delle istituzioni repubblicane, quello che voleva sostituire la democrazia rappresentativa con la democrazia diretta. Se è stata vinta la riluttanza di Di Maio e Zingaretti a un’alleanza Pd-Cinque Stelle è stato proprio grazie alla strenua volontà con cui i gruppi parlamentari di queste due forze politiche hanno imposto di percorrere questa strada. E non è un caso che la foto che suggella la storica intesa tra i due ex arcinemici della politica italiana ritragga proprio i quattro capigruppo, Marcucci e Delrio per il Pd, D’Uva e Patuanelli per i Cinque Stelle.

È il Parlamento che si riconquista la scena, insieme al Quirinale, il vero vincitore della crisi di mezza estate. Il Parlamento che torna al lavoro al 15 di agosto. Il Parlamento che afferma la sua primazia rispetto al potere esecutivo – siamo una repubblica parlamentare, noi, non presidenziale – nel decidere la vita e la morte di una legislatura, il Parlamento che forza la mano al segretario e al capo politico. Il Parlamento che si impone sulla volontà del popolo (sic) e che afferma la delega quinquennale ricevuta, contro la sondaggiocrazia e la pretesa di leader come Salvini di disporre della legislatura nel nome degli indici di popolarità e delle piazze piene.

 

 

 

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