venti di guerra

Mentre Haftar è arrivato a Palazzo Chigi alle 15 e 30 e si è trattenuto per quasi due ore con il premier Conte, Serraj ha deciso di proseguire per Tripoli senza la programmata sosta a Roma.

di Gerardo Pelosi

8 gennaio 2020


Libia, Erdogan a gamba tesa tra i giri di valzer diplomatici

3′ di lettura

Poteva essere proprio il premier italiano Giuseppe Conte a svolgere le funzioni di “notaio” per una possibile tregua tra Fayez al Serraj e Khalifa Haftar dalla mezzanotte di oggi a domenica prossima nelle ostilità tra il governo di alleanza nazionale e le forze Bengasi come chiesto oggi nel vertice di Istanbul tra il presidente russo, Vladimir Putin e quello turco, Tayyip Erdogan. Ma mentre Haftar è arrivato a Palazzo Chigi alle 15 e 30 e si è trattenuto per quasi due ore con il premier Conte per un esame della situazione, il presidente del governo di alleanza nazionale Serraj all’ultimo momento ha cambiato il suo programma e da Bruxelles, dove si trovava, ha deciso di proseguire per Tripoli senza la programmata sosta a Roma.

«Una pace solida e stabile in Libia – avevano fatto sapere Putin ed Erdogan – può essere raggiunta solo mediante un processo politico condotto ed effettuato dai libici e basato su un dialogo franco e inclusivo fra loro». I due leader hanno constatato inoltre che «scommettere su una soluzione militare del conflitto porterebbe solo a ulteriori sofferenze e renderebbe più profondi i dissidi fra i libici».

Serraj: nessuno ci toglierà diritto di difenderci
Serraj in mattinata a Bruxelles aveva incontrato tutte le più alte cariche europee: dall’Alto Rappresentante per la politica estera Josep Borrell al presidente del Consiglio Ue Jean Michel al presidente del Parlamento europeo Davide Sassoli. Serraj ha rivendicato però il diritto di Tripoli di «concludere trattati e convenzioni con chi vogliamo. Lo abbiamo fatto in trasparenza. Non abbiamo raccolto mercenari, né combattenti del Sudan o del Ciad. Siamo determinati a proteggerci e nessuno ci leverà questo diritto». Serraj ha definito «molto produttive» le discussioni con i «responsabili europei». «Noi – ha aggiunto Serraj -persistiamo nell’impegno militare, non vogliamo che la Libia diventi terreno di scontro attraverso guerre per procura, vogliamo che l’aggressore fermi gli attacchi contro il governo legittimo del Paese che legittimamente si difende».

La pressione politica europea resta forte. «Non esiste una soluzione militare alla crisi libica – ha spiegato Borrell – ulteriori azioni militari avranno conseguenze catastrofiche per la popolazione libica e per l’intera regione». Borrell ha sottolineato che per trovare una soluzione alla crisi, «tutte le parti dovranno sedersi attorno al tavolo e avviare un dialogo politico autentico».

Borrell: riattivare Sophia per embargo armi alla Libia
Borrell non ha neppure escluso una ripresa della missione navale europea Sophia (a guida italiana) per imporre il rispetto all’embargo sulle forniture militari in Libia. La missione navale era nata proprio per contrastare il traffico di uomini nel Mediterraneo e per far rispettare l’embargo sulle armi su mandato Onu. «La missione è tuttora attiva – ha spiegato Borrell – ma non ci sono navi da guerra europee nel Mediterraneo centrale mentre ci sono navi turche che pattugliano le coste libiche. Ridare alla missione nuovi elementi operativi è sempre stato sul tavolo e senza dubbio ne discuteremo». Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha invece dichiarato che «in sede europea non si è mai parlato di riattivare Sophia, al contrario, pensiamo invece che servano misure serie per attivare e soprattutto far rispettare un embargo complessivo via terra, via aerea e via mare nel Mediterraneo». La missione Sophia era stata sospesa nel suo dispositivo navale per responsabilità italiana nel contesto della politica dello stop agli sbarchi dei migranti su iniziativa dell’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini.

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