Il cantiere della legge elettorale è sempre aperto. La proposta del cosiddetto Germanicum ha avviato le grandi manovre all’interno della maggioranza e sembra oggi essere l’unico punto di unità della coalizione che sostiene il Conte-bis.

In Italia, d’altra parte, la manutenzione del sistema di voto ha cessato da tempo di essere un esercizio patriottico o costituente, per diventare uno strumento di sopravvivenza politica delle maggioranze pro tempore. Dunque oggi, visto che si sente puzza di elezioni (una puzza che il Conte-bis non ha affatto eliminato), torna di attualità il problema di come votare e di come rovesciare il presumibile esito del voto con il Rosatellum. Con sullo sfondo la proposta referendaria “pannelliana” della Lega Nord (maggioritario secco a un turno), che dal punto di vista salviniano ha la stessa logica opportunistica: non solo di massimizzazione del risultato elettorale, ma anche di consolidamento della leadership nazionale del Capitano.

Questo atteggiamento spregiudicatamente interessato nelle cucine della politique politicienne convive con una fiducia addirittura religiosa nelle virtù della legge elettorale nei circoli dell’accademia e dell’idealismo riformista. Per lunghi anni la gran parte degli italiani, sottoscritto compreso, ha pensato che i correttivi elettorali “ortopedici” avrebbero potuto raddrizzare il legno storto della nostra politica, per rendere le istituzioni decidenti, la rappresentanza non particolaristica, la forma di governo efficiente, il bicameralismo differenziato e il regionalismo responsabile.

Oggi bisogna prendere atto che tutta questa “ortopedia” è rimasta una nobile e generosa ossessione degli ortopedici, ma non è stato un rimedio per le storpiaggini e le zoppie del “sistema”, che ha corretto il rimedio col difetto e non viceversa e quindi ha replicato, nella sostanza, le medesime dinamiche politiche sostanziali al variare delle forme e dei meccanismi di rappresentanza e di governo. Ha proporzionalizzato il maggioritario, ha tribalizzato il bipolarismo e poi l’ha scomposto in un tripolarismo semi-perfetto, ha imbastardito il federalismo in una rincorsa centrifuga di particolarismi locali, ha surrogato la dialettica dell’alternanza destra/sinistra con quella dell’esclusione politica/antipolitica…

D’altra parte non c’è sistema elettorale, a parte quello francese, che non sia andato in crash (o quasi) pure nei suoi luoghi di origine e elezione, al mutare del quadro politico attorno a cui era stato costruito. Dal Regno Unito alla Spagna, dalla Germania a Israele sono tutti entrati in crisi, dai più maggioritari ai più proporzionali, producendo una assoluta o relativa ingovernabilità e un florilegio di soluzioni tampone. Fa eccezione il sistema francese, ma è un’eccezione in cui non si può dire se la stabilità sia un prodotto del sistema istituzionale, o dell’evoluzione (abbastanza casuale) del quadro politico, che in un assetto superbipolare ha trovato con Macron un punto di equilibrio paradossalmente centrista.

Chiedersi quindi oggi cosa serva – quale legge elettorale, quale riforma costituzionale, quale misura “salvavita” per le nostre istituzioni – per mettere al riparo la democrazia italiana da una possibile ordalia populista e plebiscitaria, ovvero per ripristinare una qualche forma di normalità politica, replica, di fatto, lo stesso errore di chi alla fine della Prima Repubblica sognò di partorirne senza peccato originale una Seconda nuova di zecca, semplicemente rovesciando il funzionamento del sistema. Perché il sistema, prima che un insieme di regole, è un insieme di credenze e se le cose credute si allontanano pericolosamente dal baricentro logico e culturale della sua meccanica, non bastano le regole per trattenere il quadro nell’equilibrio stabilito.

Proprio per questo scetticismo non riesco a pensare che il proporzionale salverà l’Italia dal nuovo fascismo o che il maggioritario, se mai la Consulta darà il via libera al referendum leghista, la perderà definitivamente. A dire il vero, non credo neppure il contrario. Penso che a scongiurare o a inverare il rischio del default democratico o a guidare il corso politico dell’Italia non sarà il sistema di voto. Non sarà una legge elettorale, insomma, a salvarci o a dannarci. E non sarà neppure una legge su misura per la prosecuzione non dichiarata dell’alleanza giallo-rossa a consolidare il disegno di Zingaretti, perché la possibilità che la crisi del M5S si volga al doroteismo di Conte piuttosto che allo sfascismo di Di Battista non è cosa che possa decidere la legge elettorale. Lo decideranno i grillini e sarà: Dibba forever e bye bye Zinga.

https://www.linkiesta.it/it/article/2020/01/10/legge-elettorale-germanicum-proporzionale/45006/

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