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Lo chiamavano Germanicum, ma non è un proporzionale per governi stabili

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Si torna al passato. I partiti della maggioranza di governo hanno presentato in questi giorni un progetto di legge che reintroduce un sistema elettorale proporzionale. Gli è già stato appiccicato l’etichetta di Germanicum, come se fosse simile a quello in vigore in Germania, ma non è così. Di tedesco ha solo una soglia al 5% e anche questa non è detto che sopravvivrà al passaggio parlamentare. E per di più, per ridurre l’impatto della soglia, è stato previsto un complicato meccanismo per dare ai partiti più piccoli una sorta di diritto di tribuna. Il tedesco con i suoi collegi uninominali è un’altra cosa.

Brescianellum, dal nome del primo firmatario del progetto, è l’etichetta che gli si addice di più. La pura e semplice verità è che deputati e senatori verranno eletti con una formula proporzionale. La conversione dei voti in seggi verrà fatta a livello nazionale, e non circoscrizionale come in Spagna. I seggi assegnati ai partiti che ne avranno diritto verranno poi distribuiti a livello di circoscrizioni e di collegi plurinominali. Senza voto di preferenza.

La fine del bipolarismo
Se questo sistema elettorale verrà approvato finirà per certo la stagione del bipolarismo. Bipolarismo imperfetto quanto si vuole, ma che ha permesso agli italiani di giudicare prima del voto gli accordi fatti tra i partiti e avere voce in capitolo sulla formazione dei governi. Ora si vuole tornare a un sistema in cui gli accordi si faranno dopo il voto a totale discrezione dei partiti. La riforma di Berlusconi del 2005 aveva già indebolito questo assetto e lo stesso era successo con la formazione del governo Monti nel 2011 e l’avvento del M5s nel 2013. Ma il sistema elettorale oggi in vigore, il Rosatellum, lascia aperta la porta a un possibile ritorno al bipolarismo grazie ai suoi collegi uninominali. Con la cancellazione di questi collegi (ed è questo lo scopo del Brescianellum) questa porta si chiude. Torniamo così ai tempi della Prima Repubblica senza i partiti di allora, gli elettori di allora e la classe politica di allora.

La responsabilità di questo ritorno al passato è ben distribuita. Ma c’è chi è più responsabile di altri. In primis il M5s. Con la storia che non è né di destra né di sinistra, né carne né pesce, vuole togliere agli italiani la possibilità di scegliere il governo del paese per restituirla a quei partiti che era nato per combattere. Preferisce un sistema elettorale che lasci le mani libere per schierarsi una volta da una parte e una volta dall’altra come ha già fatto. È diventato il partito dei due forni, il capofila della numerosa famiglia di Ghino di Tacco. E così si ritrova insieme a tutti quei piccoli partiti, da quello di Renzi a quello di Berlusconi, che puntano a un sistema proporzionale per valorizzare l’utilità marginale del loro modesto pacchetto di voti. Il Pd ha cercato di resistere alla deriva proporzionalista ma senza convinzione. Alla fine, dopo l’addio alla vocazione maggioritaria, il proporzionale va bene anche a lui.

Paradossalmente a questa deriva ha contribuito moltissimo anche la Lega di Salvini. La sua indisponibilità a dar vita a un polo di governo capace di rassicurare l’Europa e i mercati ha fornito un alibi potente a chi vuole tornare al passato. La conversione di Matteo sulla via di Damasco, dopo l’estremismo balneare dell’estate del 2019, non ha convinto gli scettici. E allora meglio un sistema che gli neghi un premio in seggi per poter governare stabilmente. Perché questo è il punto.

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