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M5S, il dissenso è solo congelato. Le ombre su Italia 5 Stelle

tensioni

Luigi Di Maio ha incassato un plebiscito sul taglio dei parlamentari, ma i malumori restano. Alla kermesse a Napoli nel fine settimana mancherà Di Battista. Elezione dei capigruppo verso fumata nera

di Manuela Perrone

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9 ottobre 2019


M5S festeggia il taglio dei parlamentari: è vittoria del popolo

3′ di lettura

Il plebiscito sul taglio dei parlamentari ha certificato il

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congelamento del dissenso in casa Cinque Stelle. Poche le defezioni (cinque deputati in missione, cinque che non hanno partecipato alla votazione), nessun voto contrario. Una grande vittoria politica per Luigi Di Maio. Ma i malumori nei confronti della sua leadership restano intatti. E rischiano di ricadere, a cascata, su altri due appuntamenti: l’elezione dei nuovi capigruppo alla Camera e al Senato e la kermesse Italia 5 Stelle, in programma a Napoli sabato 12 e domenica 13.

Mercoledì si concluderà la prima votazione per eleggere i capigruppo, ma la maggioranza dei pentastellati è convinta che si tratterà di una fumata nera. Colpa del regolamento dei gruppi, che prevede l’elezione a maggioranza assoluta dei componenti e non contempla il ballottaggio. A ogni nuova votazione, si ricomincia daccapo: possono cambiare candidati e squadre. Tanto che a Palazzo Madama, dopo l’assemblea infuocata del 24 settembre e il rientro nei ranghi, è nato un gruppo di lavoro su base volontaria (per ora hanno aderito in 16) per elaborare una bozza di revisione nel regolamento.

Intanto però il rischio, neanche tanto velato, è che questa tornata si trasformi in una conta tra “dimaiani” e “antidimaiani”. Al Senato – dove già si è registrato l’addio di Silvia Vono, migrata in Italia Viva – si sfidano in quattro (l’ex ministro Danilo Toninelli, l’attuale vicecapogruppo Gianluca Perilli, l’ingegnere foggiano Marco Pellegrini e l’umbro “critico” Stefano Lucidi), emblemi dell’eterogeneità dei malesseri: la rabbia di chi è stato tagliato fuori dal Governo, l’irritazione verso scelte non condivise, come l’alleanza con il Pd in Umbria, l’insofferenza nei confronti di un Movimento poco orizzontale e sempre più verticistico.

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Alla Camera il clima non è molto diverso. I candidati capogruppo sono rimasti in tre (erano undici): Anna Macina, Francesco Silvestri, Raffaele Trano. Anche loro, con i loro team per il direttivo, espressione di sensibilità differenti e di differenti modalità di rapportarsi al leader. «È però improprio parlare di correnti», racconta un deputato a microfoni spenti. «Nessuno è mai riuscito finora a organizzarsi in correnti. Si tratta più di piccoli gruppi mutevoli, incapaci di incidere davvero». La vecchia distinzione tra fedeli di Di Maio e seguaci di Roberto Fico non regge più. Vuoi per la carica istituzionale di Fico, che lo ha tirato fuori dalle liti interne, vuoi per il repentino passaggio di Di Maio dalle braccia di Matteo Salvini a quelle di Nicola Zingaretti, che ha spiazzato (e paradossalmente anche depotenziato) l’ala “sinistra” del M5S.

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