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M5S-Pd: la trattativa va avanti ma incombono i guastatori, da Salvini a «Dibba»

Serviziocrisi di governo

di Manuela Perrone

23 agosto 2019


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4′ di lettura

La trattativa tra pentastellati e dem è stata avviata ufficialmente oggi, ma si è subito incagliata. In serata, all’atteso faccia a faccia tra i leader Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti, il Movimento ha messo sul piatto le sue condizioni ineludibili: Giuseppe Conte premier e il taglio dei parlamentari «senza controcondizioni». Paletti tradotti da fonti del Movimento come un vero ultimatum («Ventiquattro ore di tempo per decidere, prendere o lasciare»), anche se Zingaretti ha ammorbidito i toni. Parlando di clima «cordiale» in cui il segretario Pd ha ribadito l’esigenza di «discontinuità» e assicurando che il confronto continuerà «nelle prossime ore».

Il vertice è arrivato dopo l’incontro tra le delegazioni M5S e Pd alla Camera per avviare il dialogo sul programma, ritenuto da entrambi i fronti «privo di ostacoli insormontabili». Ma mentre i dem chiedevano a Di Maio parole chiare sulla chiusura del forno con la Lega, lui faceva già filtrare una frase che tutto è fuorché conciliante e rivelava intenzioni bellicose: «O si fa come diciamo noi o salta tutto».

L’irrigidimento rivela in filigrana gli ostacoli veri sulla strada dell’accordo, a partire dal nome del presidente del Consiglio, con Conte rilanciato da Beppe Grillo e finora rigettato da Zingaretti, ma non da Renzi. Quella di tenere Conte sullo scranno più alto di Palazzo Chigi è l’unica via intravista dai Cinque Stelle per placare la base, in fermento contro l’intesa con il Pd e aizzata dall’azione dei disturbatori, interni ed esterni. Di Maio ha approfittato delle liti interne al Pd per alzare la posta, sfidando apertamente i dem.

Dalla nascita alla crisi: dopo 15 mesi governo gialloverde al capolinea

Il primo “guastatore” è il segretario della Lega, Matteo Salvini. Tendendo clamorosamente di nuovo la mano ai Cinque Stelle, dopo l’improvvisa rottura dell’8 agosto, il segretario del Carroccio prova a sparigliare le carte. L’offerta non esplicitata (e smentita dal capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari) è quella di una riedizione dell’alleanza gialloverde con la premiership a Luigi Di Maio (impossibile qualunque nuova convivenza tra Salvini e Giuseppe Conte) e lui stesso confermato come vice a Palazzo Chigi e ministro dell’Interno. In apparenza un boccone ghiotto, che però potrebbe rappresentare una polpetta avvelenata: non erano Di Maio e i suoi ministri quelli con cui era impossibile andare avanti per i troppi “no” e le troppe divergenze? Davvero il corpaccione della Lega , in particolare al Nord, potrebbe mai digerire un Governo guidato dal numero uno dei Cinque Stelle no Tav, no inceneritori, no Triv? L’insidia è dietro l’angolo, il timore di un bluff è altissimo: semmai si riaprisse quel forno ma fallisse un accordo si andrebbe al voto, che è esattamente il vero obiettivo di Salvini e il vero spauracchio della maggioranza dei parlamentari M5S.

Ma nel Movimento lavora attivamente anche una minoranza che guarda con nostalgia alla Lega e con spavalderia alle elezioni anticipate. A guidarla è Alessandro Di Battista, che non a caso proprio oggi ha rivendicato su Facebook una nuova centralità del Movimento («Oggi ha un potere contrattuale immenso. Tutti ci cercano»). Ma è lo stesso Movimento, va ricordato, che ha dilapidato sei milioni di voti alle europee ed è stato abbandonato dalla Lega. Di Battista è andato oltre, giudicando «una buona cosa» le aperture della Lega e invitando ad alzare la posta con il Pd, citando dalla piattaforma dei dieci punti M5S quello più ostico, ovvero la revisione delle concessioni autostradali. Vicini alla posizione di Di Battista sono i sottosegretari Stefano Buffagni e Manlio Di Stefano, la vicepresidente del Senato Paola Taverna e il senatore Gianluigi Paragone. Ma sono soprattutto i segnali provenienti dalla base a favorire la cautela estrema di Di Maio e dei suoi fedelissimi, nonché di Davide Casaleggio.

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