In che senso?
Il corpo profondo di questo paese è composto da tantissime realtà che fanno approfondimento, mobilitazione, cultura sull’Europa. Piccoli centri d’iniziativa, associazioni, luoghi di studio, università, ma anche tante parrocchie. Sono realtà in cui si incontrano anche diverse tendenze politiche. C’è una domanda d’Europa che travalica i confini. Un vero interesse. Ma bisogna evitare il rischio di parlare di Europa da un punto di vista cattedratico e professorale. È possibile farlo, ne sono convito, e contrastare in profondità chi vuole distruggere l’Europa e le sue istituzioni.
Cioè?
Non dobbiamo pretendere di essere degli insegnanti dell’Europa. Anzi, credo che l’Europa sia in sé una lezione costante, e in costante aggiornamento. Mi viene quasi da definirlo un “corso di aggiornamento civile” in cui non esistono insegnanti ma solo allievi. Nemmeno il funzionario più esperto o il politico più navigato può insegnare questa storia. Anche perché è la stessa definizione di Europa a doversi dare sulla base di un processo storico.
Come leggi invece il crescente euroscetticismo che ha determinato molto di questa campagna elettorale?
Non temo l’euroscetticismo o l’antieuropeismo. Temo di più l’indifferenza. È per questo che mi concentro sempre di più sul tema della partecipazione. Anche chi a parole non vuole l’Europa, alla fine chiede che sia l’Europa a trovare risposte ai problemi dell’immigrazione, della sicurezza e dell’economia. È in questa contraddizione che io vedo un potenziale enorme.
In che modo?
Dentro questa negatività e questo euroscetticismo ci sono anche, a volte ben nascoste, domande di “politica europea forte”. Bisogna rispondere con una politica popolare intelligente e lungimirante, capace di leggere la crisi come una opportunità. Certo, bisogna anche interrogarsi sui limiti di una politica che non coglie pienamente queste opportunità. Del resto viviamo tempi dove la politica è più da “ali di farfalla” che non da “api laboriose”.
Ali di farfalla?
La politica che vive e muore in un giorno. La politica che fatica a costruire percorsi di lungo respiro. Se ci fosse in parallelo una politica che costruisce un alveare florido e produttivo sarei disposto anche a veder morire molte farfalle.
Del resto la politica è la membrana che tiene uniti quasi tutti gli aspetti della nostra quotidianità. E mi sembra che questa tendenza a comportarsi come “ali di farfalla” si anche legata alla feticizzazione del passato, la nostalgia di un tempo glorioso. Curioso perché l’Europa nasce come progetto antinostalgico.
Si corre sempre il rischio di idealizzare quello che non abbiamo vissuto e che ci hanno solo raccontato. Ci fa sentire protetti e ci dà delle radici, che pure sono importanti. Ma bisogna capire se si tratta di radici vere, con una forza morale e umana, o se sono qualcosa di diverso. Ad esempio sappiamo di sbagliare a idealizzare la politica del Novecento, o a vedere come qualcosa di mitologico tutto quello che è successo prima del 1989. Al netto delle sue fecondità e delle sue profondità, è stata una politica fatta di luci e ombre. Io ad esempio sono molto affascinato dagli anni Settanta.
In effetti un periodo molto violento.
Ma è anche stato un periodo di grandi occasioni e grandi lezioni. Ad esempio, ci dà un precedente importante per capire come reagire a forti stress democratici per garantire una convivenza civile in un periodo molto complicato.
Ma come mai l’Italia non riesce a giocare un ruolo da protagonista europeo come quello della Germania?
Sicuramente il peso della Germania è difficilmente raggiungibile da altri paesi europei. Ma questo perché il loro sistema politico è riuscito a mantenersi più stabile rispetto a quello degli altri, tra cui il nostro. Considera anche una cosa molto curiosa.
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