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Montanelli, perché ripulire la statua è stato il vero sfregio a un genio del giornalismo

Peccato che l’abbiano lavata. La statua di Indro Montanelli al parco Indro Montanelli era più bella con la colata rosa sulla testa, sulla giacca, sui piedi. L’intento imbrattatorio di #nonunadimeno alla fine è un omaggio, ed è divertente. Qualcuno sui social l’ha chiamato squirting, come se squirtare addosso a qualcuno fosse offensivo, non ci risulta. L’anno scorso sotto al monumento era apparsa la scritta “stupratore di bambine”, a cura di un movimento Lgbt. Meglio una squirtata che una scritta neoprimitiva.

Anche se il vero affronto a Montanelli è il monumento, la statua di Vito Tongiani è lì dal 2006, vorrebbe riprodurre la celebre foto di Indro seduto in terra a scrivere sulla lettera 22 fatta da Fedele Toscani (padre di Oliviero), ma a guardarla risulta che il “principe dei giornalisti” stia sul water col trench e la macchina da scrivere. Dopo l’inaugurazione Francesco Merlo scrisse su Repubblica: “ci sono vandali che distruggono e vandali che costruiscono”. Non sarebbe stato male vedere la vernice screpolarsi al sole primaverile. A Milano molte imprese sono imprese di pulizie; e la pulizia ci ha restituito l’atto di vandalismo instituzionale, quello di Tongiani e dell’allora sindaco Albertini.

Senza risolvere il problema principale. Quello di Montanelli “stupratore di bambine”. L’ennesimo luogo comune su Montanelli. Che negli anni Sessanta era quello “con l’occhio fascista”, poi è diventato il liberalone “fuori dal coro” e “quello che dice pane al pane, vino al vino”. Quando se ne andò dal Giornale in polemica con Berlusconi venne invitato alla festa dell’Unità e diventò il giornalista “schiena dritta” par excellence.

In una trasmissione televisiva Serena Dandini si fece raccontare la storia dell’Africa e della moglie bambina sorridendo simpaticamente. E col ritorno al Corriere della Sera Montanelli era definitivamente diventato il “principe del giornalismo”, sempre in bocca agli studenti di giornalismo. Protetto ed esaltato da una schiera di allievi. Monumentalizzato (male, vedi Tongiani). Da qualche anno prevale il luogo comune di derivazione femminista. E si sa che i luoghi comuni sono minchiate sconfinate con un elettrone di verità, che saltella inafferrabile, vedi principio di indeterminazione di Heisenberg.

“Montanelli stupratore di bambine”, quindi. Il riferimento è alla “moglie” abissina, dodicenne, comprata a Saganeiti negli anni ’30 assieme a un cavallo e un fucile, per 500 lire secondo la pratica -usuale all’epoca- del madamato. Montanelli, alla sua partenza per l’Italia lasciò la moglie/bambina all’attendente. E si tenne il suo ritratto. Montanelli si sposò un altro paio di volte, ebbe diverse avventure, anche che con la regina Maria Josè. Ma fino alla morte, l’unica donna in vista nel suo ufficio è stata la bambina Destà. La storia è nota, vecchia, ed è stata raccontata da Montanelli stesso diverse volte (vedi sopra) gli è stata pubblicamente rimproverata da Elvira Banotti in diretta, in una trasmissione tv con Biagi, (Montanelli non ha dato l’idea di rendersi perfettamente conto della gravità della cosa).

E questo è uno dei punti su cui si concentra da qualche anno la vulgata del Luogo Comune, l’altro è una ripresa degli anni 50, perché una perfetta tendenza del luogo comune è essere ciclico: siamo al ritorno del Montanelli fascista, rifacimento vintage della polemica con Camilla Cederna. Ci sarebbe un po’ da dire sull’onda di intellettuali di sinistra che sparano su sagome ben identificabili ma ormai solo sagome, posizione già superata negli anni ‘60, quando le avanguardie artistiche rielaboravano il Futurismo ed Ezra Pound. E non parliamo di Togliatti, che convogliò con ottimi risultati un buon numero di intellettuali che avevano aderito al fascismo (e non solo intellettuali, anche alti e bassi burocrati, dirigenti ecc). L’ondata di antifascismo sotto certi aspetti clericali ricorda tanto quello che succede dall’altra parte con i migranti. Una costruzione identitaria. Di là il negro, di qua la camicia nera. Entrambi si costruiscono un non io col quale inseguire la nostalgia dell’io. Niente da fare, al postmoderno segue il moderno. E tanto. Stanco. Ottocento.

Stesso discorso vale per il Montanelli stupratore. Un classico anacronismo storico. Articoli come questo sono perfetti. Perfettamente neoprimitivi. Giudicano il passato con l’occhio del presente. Il testo senza il minimo di contesto che permetta di distinguere la faccia di Freud dalla donna nuda. Un uomo – complicato, contraddittorio, fanfarone pure, certamente vanesio, molto più volatile del maestro di rigore morale di cui si tromboneggia – di un’altra epoca, nazionalista (come quasi tutti nel 1935) viene preso e calato nell’epoca del #metoo. Con questo metro Giulio Cesare è un genocida e Churchill un distruttore di città, entrambe cose incontestabili. E aspettiamo un pezzo che dica di fare fuori i monumenti dei due, mentre continuiamo a rimpiangere la vernice su quello di Montanelli, ovvio.

Ultimo motivo per amare la vernice, detestare il monumento, e tenersi Montanelli è la santa idea che l’autore non è quello che è, è quello che fa, naturalmente. Talmente ovvio che citare la prossima character assassination di Michael Jackson è quasi necessario. Che tirare fuori Pierpaolo Pasolini (abbiamo detto “comprare minorenni”?) è troppo facile. Ma è inevitabile.

La lista dei grandi autori, giornalisti, scrittori, ecc ecc che hanno fatto cose imbarazzanti se non terribili, è infinita e inutile. Fa testo il testo. E se si legge il ritratto di Montanelli a Peppino De Filippo, in cui i due si incontrano per strada e non si scambiano una parola (sono descritte solo le espressioni facciali) viene fuori un genio del mimo. Se si legge il ritratto di Gianni Agnelli in cui Agnelli, descritto con sempre maggiore ammirazione, alla fine risulta solo un omonimo, si capisce molto di certe dinastie industriali. In mezzo a tanto altro (sconosciuto a quelli che danno giudizi neoprimitivi) c’è anche il reportage dell’agosto 1937 dalla battaglia di Santander, guerra civile spagnola. Il regime (e il Corriere della Sera) avrebbero dovuto elogiare la straordinaria vittoria dei franchisti, ma Montanelli rimase isolato, senza direttive dal giornale. La battaglia era stata vinta facilmente.

Scrisse un articolone da prima pagina che cominciava raccontando i fatti: “È stata una lunga passeggiata con un solo nemico: il caldo”. Il giorno dopo tutti i giornali italiani riportavano cronache della gloriosa/sanguinosa battaglia, e Montanelli perse seduta stante il posto al Corriere e la tessera del Pnf. Grande cronista preterintenzionale, anche. La vernice rosa gli sarebbe piaciuta assai.

https://www.linkiesta.it/it/article/2019/03/11/montanelli-perche-ripulire-la-statua-e-stato-il-vero-sfregio-a-un-geni/41364/

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