
Avrei, invece, preferito sentirmi molto vecchia ma a disagio, come quando ascolto la trap e capisco che non posso capire: posso solamente lasciarmi trasportare. Michele Serra una volta ha detto che a una certa età bisogna avere l’umiltà di accettare che le cose nuove non ti prevedono e io ho visto un po’ troppi boomer, a Piazza San Giovanni, per farmi bastare l’essere lì, come se l’è fatto bastare Paolo Di Paolo. Non c’è da stare tranquilli se le sardine ci fanno stare tranquilli. Non mi piace che una quindicenne abbia lo stile che io credo sia giusto avere. Non mi piace che assomigli al modo in cui ero io. Anzi, mi piace tanto, troppo: mi conforta.
L’unico accenno di disordine nella piazza c’è stato quando sotto il piccolo palco le “Sardine nere”, formate da un gruppo di ragazzi immigrati arrivati da Napoli, hanno protestato per prendere la parola contro i decreti sicurezza che vanno «abrogati», dicono loro, e non «rivisti», come invece aveva detto Mattia Santori. Una delle sardine nere è riuscita a dire qualcosa al microfono, poi l’audio è stato tolto ed è tornata la musica a riportare l’ordine e la concordia nella folla. Mentre le “Sardine nere” lasciavano la piazza urlando «Libertà, libertà» per dirigersi verso i pulmann di ritorno a Napoli. Cinque-dieci minuti di dialettica politica, non di più, e poi di nuovo la calma.
E invece io vorrei che le sardine ci facessero sentire in pericolo, discussi, vecchi, dinosauri da distruggere, amici, nemici, avversari, alleati, imprevisti, imprevedibili, sgraditi, fuori tempo. Vorrei temerle, queste sardine, almeno un po’. La concordia generazionale non è una brutta cosa, figuriamoci, ma sabato pomeriggio a Roma c’erano più boomer che millennial e più millennial che genZ e tutti si tenevano le mani e i boomer avevano quella faccia un po’ così di quelli che alla fine la rivoluzione te lo dicono loro come la devi fare. Io vorrei che questa concordia generazionale che le sardine hanno inaugurato prevedesse almeno una contrapposizione: quella che canta Jovanotti in quel verso che fa «di aver ragione non mi frega niente, voglio avere torto mentre tu mi baci, respirare l’aria dalle tue narici come quella volta che abbiamo scoperto che davanti a noi c’era uno spazio aperto». Invece niente, sabato pomeriggio erano tutti d’accordo. I vecchi con i giovani. I belli con i belli. Tutti uniti dalla presentabilità.
E invece bisognerebbe far sì che vadano d’accordo i belli con i brutti, con qualche danno per i brutti, che si vedono consegnare un pezzo di specchio così da potersi guardare. Così fa un verso di “Com’è profondo il mare” di Lucio Dalla, la canzone che a piazza San Giovanni abbiamo cantato tutti, sabato pomeriggio, dopo “Fratelli d’Italia”, protestando perché è stata interrotta molto prima di arrivare a quel verso, al primo ritornello, al primo “Com’è profondo il mare”, che serviva per dare un colore identitario e niente più, anche se alle sardine interessa il numero, e cioè l’estensione. Non la profondità.
Speriamo bene.
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