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Peppe Provenzano: “La sinistra? Guardava dalla parte sbagliata. Adesso è ora di tornare dalla parte giusta”

C’è un tipo di libro molto particolare che non sembra vivere mai la crisi. Il libro sul futuro della sinistra. Si tratta in genere di brevi pamphlet in cui il politico di turno cerca di posizionarsi prima di una candidatura o per analizzare la sconfitta cercando di aprire “una fase nuova”, ma anche per fare presentazioni e girare il paese “deluso, con cui non parliamo più”. E così via. Se ne pubblicano a decine ogni anno, vivono per di più sui social network, nelle fondazioni e nelle associazioni (per capire le dinamiche dei partiti di sinistra, guardate dove vengono presentati i libri, altro che follow the money) e dopo un po’ spariscono. Anche perché di solito il livello dell’analisi è abbastanza scarso. Il che spiega molto anche dell’attuale crisi sistemica di una sinistra “che si è persa”. Ogni tanto capita, invece, di leggere un libro che non è fatto solo per posizionarsi, ma anche per elaborare una autentica proposta fatta di studio, lavoro teorico e sul campo, analisi dei dati e, soprattutto, una prospettiva “di sistema” per la sinistra del XXI Secolo. Il libro è La sinistra e la scintilla (Donzelli) e l’ha scritto un giovane dirigente del Partito Democratico, Giuseppe Provenzano, che negli ultimi mesi ha provato a far sentire la sua voce attorno alla necessità di ripensamento non solo della classe dirigente, ma proprio della metafora della sinistra.

Da dove ripartire, quindi?
Se la sinistra non si costruisce come alternativa all’esistente non riuscirà più a dire nulla alle giovani generazioni e, soprattutto, rappresentare quelle istanze sociali e morali che si stanno esprimendo in tutto il mondo. Siamo molto in ritardo e sappiamo anche che la parola “sinistra” si è svuotata di quel senso e di quei principi che l’avevano ispirata. Con l’emergere di questa destra nazionalpopulista si apre lo spazio per una sinistra che risponde alle politiche economiche sciagurate e alla torsione oligarchica della società rimettendo al centro la sua questione di fondo: la ricerca dell’uguaglianza nella libertà.

C’è spazio per questo nell’attuale scenario?
Se ci pensi il modello di società attuale nega entrambe le cose. Abbiamo vissuto una evoluzione del capitalismo che non solo distrugge il lavoro, ma danneggia anche l’imprenditore. La concentrazione di ricchezza e potere nelle mani di poche persone sembra così grande da negare le ragioni stesse dell’esistenza del capitalismo. Questa grande crisi del pensiero liberale, se vogliamo, è proprio lo spazio in cui possiamo inserirci. Ci sono alcune scintille di speranza: le piazze che sono tornate a riempirsi e c’è stata una grande reazione morale alla deriva razzista del governo. Ma non basta.

Perché?
Perché rischiamo di essere convocati in piazza sempre e solo per reazione. Oggi è Salvini. Domani è qualcun altro. Se non imponiamo le nostre parole, saremo sempre e solo chiamati a rispondere. Dobbiamo mettere al centro una nostra agenda politica capace di incrociare per davvero il sentimento e le preoccupazioni popolari. Se guardi le indagini e i sondaggi noti come in cima alle preoccupazioni non c’è l’immigrato ma ci sono le condizioni di reddito, il futuro lavorativo dei propri, i disservizi nella sanità. Insomma, la questione della sicurezza sociale.

In questo Salvini sta offrendo una risposta.
È una illusione. C’è un così diffuso bisogno di sicurezza sociale che si scambiano le proposte di Salvini come utili. Del resto noi abbiamo completamente tolto il tema dall’agenda. In particolare dopo la crisi.

Questo perché secondo te?
Perché non abbiamo ancora capito a cosa siamo alternativi. Siamo alternativi sicuramente a Salvini, ma non basta. Così come non è bastato negli ultimi venticinque anni essere stati alternativi a Berlusconi. Cos’ha prodotto l’anti-berlusconismo in termini di evoluzione sociale e mutamento del paese? A mio avviso nulla. Se vuoi riaffermare la distinzione tra destra e sinistra, devi far sì che la sinistra sia alternativa a questa evoluzione del capitalismo, a questo modello sociale e economico che genera individualismo, paura, infelicità, sofferenza sociale.

Nel tuo libro un modo di ripensare all’alternativa passa da un ripensamento profondo del ruolo dello stato. Inteso come soggetto pro-attivo.
Credo ci sia bisogno di ricostruire la fiducia nello stato. Anche perché c’è un grande bisogno di stato. Certo, bisogna evitare quello che nel libro chiamo “il lato oscuro del ritorno dello stato”: lo stato assistenziale che non diventa promotore di sviluppo, emancipazione sociale e non può far altro che limitare le derive di un assetto sociale — che conserva — con piccole misure di protezione contro la povertà che spesso diventa una mancia mentre ti sto smantellando servizi fondamentali come scuole, asili e ospedali.

In questo la sinistra non è proprio innocente.
Nel passaggio tra Prima e Seconda Repubblica la sinistra ha deciso di buttare il bambino con l’acqua sporca. Anziché ripensare profondamente ad una riforma delle istituzioni e dello stato — ad esempio intervenendo sulle leve di sviluppo nell’economia — ha deciso di liquidare tutto. Da qui la debolezza di uno stato che non ha saputo reagire per davvero alla crisi. È mancato un passaggio pubblico e politico coraggioso sul nuovo senso da dare a questa parola. E oggi ne avvertiamo tutta la debolezza.

Come si pone il tuo ritorno dello stato con l’attuale deriva del nazionalismo?
Io non credo nella deriva nazionapopulistica. Credo invece che una parte del lavoro vada fatto a Bruxelles. Una parte determinante. L’Europa è fondamentale per trovare strumenti pubblici utili alla costruzione di una nuova giustizia sociale. Bisogna però cambiare l’Europa. Il processo di integrazione è stato ambiguo. E spesso è stato interpretato favorendo una deriva liberista che ha fatto più danni che altro. Lo smantellamento dello stato italiano non è stato un processo automatico per favorire l’integrazione, ma è stata una scelta politica. Abbiamo rinunciato allo stato, alle leve di interventi pubblico ben prima che si affermasse l’Europa tedesca. Se non riusciamo a fare interventi pubblici nel nostro paese non è colpa della Merkel.

La tua proposta è di inserire i migliori talenti dentro l’amministrazione pubblica. Qualcuno potrebbe inorridire.
Quando dico che abbiamo bisogno di un milione di giovani per raggiungere i livelli medi europei nel rapporto tra impiegati pubblici e cittadini, non intendo inserire nella PA nuove guardie forestali o impiegati allo sportello. Con tutto il rispetto, s’intende. Immagino ricostruire interi settori di sviluppo e ricerca per colmare il gap con gli altri paesi. Immagino ricostruire un presidio pubblico in settori nuovi e decisivi che permettano quella che io chiamo l’“organizzazione della democrazia al tempo dell’algoritmo”. Stiamo assistendo a una divaricazione senza regole e conoscibilità tra i calcolanti e i calcolati, ed è a mio avviso un rischio enorme.

E la ricerca?
È un investimento fondamentale per contrastare il capitalismo dei monopoli intellettuali che sta privatizzando la conoscenza, che invece è per forza di cose un investimento e un bene comune. Anche i diritti di proprietà intellettuale non fanno altro che determinare quella concentrazione di potere e di ricchezza di cui parliamo. Questo progetto porterebbe a compiere gesti molto radicali come, ad esempio, la riscattare delle norme di proprietà intellettuali per come le abbiamo conosciute fino ad oggi.

Secondo te perché la sinistra ha avuto sempre più paura di compiere scelte radicali, se vogliamo contrarie alla sua stessa natura?
C’era di sicuro un’ansia di accreditamento della sinistra post-comunista. È una storia lunga che sembra appartenere al passato, ma ha pesato tantissimo. Una ragione quasi più psicologica che politica. Per tutta la Seconda Repubblica abbiamo assistito a questa “corsa al Centro” salvo scoprire che questo Centro non c’era più. Adesso è un’analisi condivisa, ma ai tempi eravamo in pochi a dirlo. Ma non c’è solo questo. Perché c’è anche un tema di classe dirigente. Diciamo sempre di avere “i migliori”, ma la realtà molto semplice è che non li abbiamo avuti. C’è mancata una classe dirigente capace di studiare i problemi, di formarsi un pensiero autonomo, di andare, partecipare ed analizzare i movimenti e i conflitti sociali sporcandosi le scarpe e girando per davvero. Abbiamo invece cresciuto generazioni di dirigenti che si sono formati leggendo gli editorialisti dei principali quotidiani italiani (sempre gli stessi, da trent’anni, tra l’altro) senza costruirsi un pensiero critico sul mondo. E quando sei privo di un pensiero, non riesci a esercitare bene il potere.

Nel libro tu proponi di ripartire dal lavoro.
La radice del lavoro non è l’unica radice della sinistra, sia chiaro. Ce ne sono altre — dai diritti al femminismo, dall’ambientalismo alla cultura — ma senza radice del lavoro la pianta muore. Ed è esattamente quello che è accaduto perché la sinistra è arrivata al punto più basso della sua storia proprio per aver rinunciato alla sua idea di mondo del lavoro. E questo ha portato anche conseguenze fortissime in termini di partecipazione.

In che senso?
Pensa per la nostra generazione (sia Provenzano che chi scrive sono nati a cavallo della metà degli anni Ottanta, ndr) cosa ha determinato questa incertezza e questa precarietà in termini di partecipazione alla vita pubblica, di scelte e comportamenti sociali, di coraggio e libertà. È qui che nasce l’ambiguità più profonda del Partito Democratico. E nasce ben prima che Matteo Renzi dichiari che per i lavoratori ha fatto di più Marchionne che il sindacato. Del resto, il Partito Democratico ha sempre negato il conflitto tra capitale e lavoro. Sbagliando. Stiamo assistendo al conflitto tra capitale e capitale, figurati se non c’è il conflitto tra capitale e lavoro! Se togli questo conflitto lasci spazio ad altri tipo di conflitto, come quello tra lavoro e lavoro (mettendo quindi contri gli ultimi e i penultimi). Io invece penso che il lavoro sia ancora lo strumento migliore per affrontare i cambiamenti che la Storia ci mette davanti.

Come?
Ad esempio redistribuendo i profitti che si determinano dal miglioramento tecnologico, dal miglioramento dei processi produttivi, della qualità e della redistribuzione dell’orario di lavoro. Da che mondo è mondo la tecnologia — anche grazie alle lotte, bisogna dirlo — ha sempre contribuito a liberare tempi di vita. Oggi non sappiamo quanto tempo si può liberare ma sicuramente se ne può liberare e redistribuire il più possibile. Oggi assistiamo a una divisione dell’umanità tra chi è inserita nei processi produttivi e che potrà governare l’intelligenza artificiale e una umanità di Serie B, largamente maggioritaria, che nel migliore dei casi si limiterà a consumare questi prodotti perché destinatari di un reddito di base universale (che ricordiamo essere il sogno dei liberisti) e invece, nel peggiore dei casi, subisce un processo di trasformazione del mondo. Il punto secondo me è: in un’epoca di oscurantismo, ritorno antiscientifico, crisi di fiducia nell’idea di progresso, possiamo noi rassegnarci al fatto che un pezzo di umanità sia tenuto fuori dal lavoro? Che cos’è il lavoro se non trasformazione del mondo? Per questo dobbiamo espanderlo e redistribuirlo, far partecipare tutti in piena libertà in forme nuove in cui possiamo creare lavoro e non smettere di immaginare di crearlo. La sinistra dovrebbe fare questo: far partecipare tutti a un progetto di progresso a cui non possiamo rinunciare.

In questo come deve presentarsi la sinistra alle Europee? Il clima non è certo favorevole.
Prima di tutto guardando a questo appuntamento come un appuntamento decisivo ma non finale. Il processo di integrazione europea è un processo lungo. Questa è una fase di arretramento. Il nostro compito è essere alternativi affermando il valore dell’europeismo e ripoliticizzare il discorso pubblico tra destra e sinistra. La socialdemocrazia ha bisogno di un profondo ripensamento, di idee nuove e anche di riscoprire una certa radicalità. Secondo me è molto attuale puntare a una unione della sinistra del mediterraneo: Tsipras in Grecia, che ha governato contro tutto e tutti salvaguardando giustizia sociale; la sinistra portoghese che sta compiendo un piccolo miracolo economico facendo il contrario di quello che avrebbe voluto la Troika dando anche rappresentanza alla sinistra radicale; lo PSOE spagnolo che governa con Podemos e che ha spostato l’equilibro politico nel paese con le sue proposte. L’unione delle sinistre del mediterraneo delinea una risposta al tipo di Europa che vogliamo. Riforma della governance economica; una maggiore attenzione alla giustizia sociale e allo sviluppo; difesa comune; gestione comune dei migranti; un riorientamento delle scelte politiche e strategiche; la Via della Seta. Questo non è un vago progressismo, ma un progressismo europeista e di sinistra. Su questo dobbiamo chiedere il consenso in Europa.

E come ci arriva il Partito Democratico a questo appuntamento?
Il Pd ci arriva nel peggiore dei modi. Abbiamo reagito molto male alla sconfitta. Ci abbiamo messo un anno a svolgere delle primarie (non un congresso, attenzione), ed è già un miracolo che il partito esista ancora dopo questa inazione. Tuttavia, il pezzo di paese che ancora si riconosce nella sinistra e che ha votato alle primarie ci ha dato due segnali molto forti. Costruire un’alternativa a questo governo e cambiare profondamente il Partito. Si è aperta una fase nuova e il compito principale di Zingaretti sarà essere il garante di questo processo. Chi ci ha votato ci ha chiesto di essere coraggiosi, dire le cose come stanno e sintonizzarci con le nuove istanze sociali e morali che attraversano il paese e la società. Individuando anche donne e uomini capaci di rappresentarle al meglio. Il nuovo gruppo dirigente deve essere capace di sintonizzarsi e essere vicino alla voglia di alternativa che si sta affermando nelle nuove generazioni. Ci sono momenti in cui c’è bisogno di rettore e cambiamenti radicali con il passato, e di questo non dobbiamo avere paura. Anzi, è proprio questo quello che ci chiede quella sinistra che c’è nella società. Malgrado noi e persino contro di noi. Ma eravamo noi che stavamo dalla parte sbagliata. Adesso è ora di tornare della parte giusta.

https://www.linkiesta.it/it/article/2019/04/13/sinistra-partito-democratico-provenzano/41808/

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