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Perché è necessaria in Italia un’alleanza tra liberali e riformisti

 

In una bella intervista su Linkiesta Benedetto Della Vedova – che con Emma Bonino guida +Europa – si è finalmente assunto la responsabilità di lanciare una proposta politica che può modificare il sistema politico italiano in profondità: dare vita a una federazione liberal-progressista insieme con Italia Viva, Azione, le diverse forze liberali uscite o in uscita da Forza Italia, i socialisti, esplicitamente modellata sull’esempio

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della Margherita.

Alla domanda «stare insieme si può?», risponde di si, poiché esiste una base programmatica comune – europeismo, sviluppo sostenibile, garantismo, antipopulismo – già abbondantemente accertata e presente nell’azione concreta di queste forze. Della Vedova chiama Renzi e Calenda soprattutto a diventare promotori di questo processo federativo, che nasce non sull’ipotesi politicamente vetusta di occupare il centro dello spazio politico, quanto piuttosto di rendere esplicita una alternativa riformista alle due offerte politiche oggi in campo: il sovranismo della destra egemonizzata dalla Lega e da FdI, da un lato, e dall’altro il demopopulismo dell’alleanza Pd/5S.

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Centro-destra e centro-sinistra
Lo spazio per questa nuovo campo di forze esiste e si allarga nella misura in cui si accentua la trasformazione del centro-destra e del centro sinistra come si erano venuti definendo nell’ultimo ventennio. Il centro-destra era egemonizzato da un partito – FI – che si collocava nella tradizione del conservatorismo cattolico-liberale, filoatlantico, anticomunista, euroscettico, liberista, a cui la leadership di Bossi e Berlusconi aggiungeva una dose non omeopatica di populismo e la presenza degli ex fascisti di Alleanza Nazionale, alimentava un rapporto distorto e irrisolto con la tradizione antifascista della I Repubblica.

La formazione del centro-sinistra aveva ruotato sulla difficile e sempre vacillante capacità delle forze riformiste, provenienti dal cattolicesimo democratico e dalla tradizione socialcomunista ad assumerne direzione politica, soprattutto in ragione soprattutto del peso e dal ruolo giocato dalle componenti di sinistra, che non avevano del tutto risolto i loro rapporti con la tradizione del comunismo italiano.

La nascita del Pd aveva costituito l’approdo più maturo di questo processo, anche se il partito plasmato da Veltroni manifestò tutte le sue debolezze di fronte al pieno dispiegarsi delle implicazioni che ne costituivano l’essenza: la guida del governo e l’ effettiva contendibilità delle cariche apicali. In ogni caso queste due costruzioni politiche hanno retto la trasformazione del sistema politico in un bipolarismo effettivamente operante, anche se poco istituzionalizzato, che aveva messo nelle mani degli elettori la scelta del governo e non solo della rappresentanza politica.

L’irruzione del populismo sovranista
L’irruzione del populismo, nelle sua duplice versione di movimenti antipolitici giustizialisti e di forze sovraniste di estrema destra che nel 2018 ottengono la maggioranza assoluta in parlamento, rompe questo quadro faticosamente costruito nel ventennio precedente aprendo a una ridefinizione radicale dello spazio politico. Sul versante destro, la quasi scomparsa di Forza Italia, che da partito guida nel giro di due anni scompare nelle elezioni locali nelle aree dell’Italia centrosettentrionale, mette in luce la profondità del mutamento: il centrodestra diventa destra, nazionalista, razzista e antieuropeista, con una capacità di intercettare il consenso in un paese smarrito e incattivito come l’Italia, che non ha eguali nel continente.

Nel centro-sinistra il successo del populismo grillino intessuto di giustizialismo “anticasta”, di pulsioni anticapitaliste e antiglobaliste, di richiami al ritorno dello statalismo assistenziale come protezione dei ceti deboli, è entrato come una lama nel burro nel Pd, nel quale il riformismo renziano era stato vissuto come un’intrusione repellente soprattutto da parte delle componenti postcomuniste, che intravedono nel M5S come il luogo di acquartieramento del “popolo di sinistra” irriducibilmente critico del riformismo “di destra” di Renzi.

Le rotture e le ricomposizioni di quest’ultimo biennio mettono in luce le linee fondamentali di ricomposizione della sinistra che il Pd vuole perseguire: un nuovo Pd fuori dal perimetro ideale e programmatico definito al Lingotto, non di centro-sinistra ma di sinistra, in grado di raccogliere e di esprimere tutto il variegato mondo della sinistra radicale, che scommette su un’alleanza/ricomposizione con il populismo non sovranista, in nome innanzitutto di una omogeneità sociale e sul piano programmatico sulla riscoperta della centralità dello stato assistenziale, sulla rinuncia al rilancio della crescita attraverso la riduzione del debito, dei tagli alla spesa e delle tasse, l’aumento della produttività del sistema e il miglioramento della qualità della formazione, sul rifiuto giustizialista del garantismo in funzione di un accordo con la magistratura militante, e infine sulla ripresa di una ambigua concertazione con i sindacati, soprattutto nella scuola e nella pubblica amministrazione, basato sull’abbandono di ogni valutazione meritocratica.

Non è detto che questa linea. che oggi accomuna D’Alema, Bettini e Franceschini – i veri padroni del partito – passi in maniera indolore, ma allo stato non ha nessuna alternativa effettiva nel composito mondo delle correnti interne: è il collante che tiene insieme l’unità del partito.

Un percorso difficile ma ineludibile
In questo nuovo scenario nel quale a una destra sovranista si oppone una sinistra demopopulista la nascita della federazione liberal democratica appare come l’unica novità in grado di smuovere questo bipolarismo fasullo, basato sul riconoscimento di fatto dell’egemonia di forze contrarie dalla democrazia liberale, e di rendere credibile l’alternativa riformista.

Ovviamente il percorso non è facile sia perché presuppone di mettere insieme forze che in precedenza hanno militato in campi opposti, sia perché è diviso tra coloro che si sono opposti alla nascita del governo giallorosso – Azione e +Europa – e ora stanno all’opposizione, e chi – come Italia Viva – sono stati i promotori della sua creazione per bloccare i “pieni poteri” di Salvini. E del tutto evidente che se il governo durerà fino al 2023 la creazione della federazione si muoverà con molta difficoltà, perché il processo costituente sarà sovradeterminato dagli schieramenti parlamentari e dalle dinamiche interne delle forze di governo.

Inoltre sono è tutto evidente la presenza di idiosincrasie personali tra i due leader più accreditati di questo schieramento, Calenda e Renzi. Soprattutto il primo manifesta l’intenzione di tenere fuori Italia Viva dalla “federazione”, nel tentativo di costruirla come forza in competizione, se non antagonistica, al movimento costruito da Renzi. Sarebbe un’operazione suicida che mi auguro il nascente gruppo dirigente di Azione vorrà sventare in maniera chiara, perché il destino di questa follia sarebbe la morte prematura dell’intero progetto; un progetto che, come ho cercato di dimostrare ha una valenza sistemica che va oltre la somma elettorale dei contraenti. Infatti non solo può attrarre le forze riformiste moderate che ancora ruotano nell’orbita morente di FI e che li restano fino a quando non si creerà un polo attrattivo, ma soprattutto può rimettere in movimento l’area riformista rimasta nel Pd, attualmente senza leadership, senza progetto e senza effettivi spazi di iniziativa, che non siano quelli di portare acqua all’asse Zingaretti – Franceschini.

La chiamata di Della Vedova, anticipata da una presa di posizione analoga di Giachetti, va dunque presa sul serio e deve mobilitare gli sforzi di quanti intravedono in una proposta una opportunità impensabile solo pochi mesi fa. Se concepiamo Italia Viva e Azione come start-up di nuove forze e di nuove dinamiche politiche, dobbiamo riconoscere che cominciano a dare i loro frutti.

 

 

 

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