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Radio radicale, perché chiuderla è un brutto segnale

In tanti, a buon diritto, protestano per il rischio che Radio Radicale spenga i microfoni. Dalla sua fondazione a metà degli anni ’70, l’emittente costituisce forse il più prezioso servizio pubblico radiofonico italiano. Le trasmissioni integrali di lavori parlamentari, di congressi politici, giuridici e scientifici, di udienze in processi di pubblico interesse, ne sono state, insieme a una cura particolare per le rassegne stampa, la cifra distintiva.

Oltre alla normale programmazione, Radio Radicale gestisce un archivio, totalmente digitalizzato, di quanto mandato in onda: un tesoro per comprendere come si sia evoluto questo Paese. Tale circostanza ha fatto scrivere a un gruppo di docenti, in una petizione al presidente del consiglio, che l’emittente è una “università popolare”.

Dagli anni ’90 questo servizio è reso possibile grazie a una convenzione con lo Stato, che elargisce una decina di milioni di euro l’anno. Una convenzione che l’attuale governo non intende rinnovare, senza nemmeno mettere all’asta la realizzazione di tale servizio, scelta che determinerebbe un vuoto temporaneo fino alla assegnazione, ma che almeno ne potrebbe garantire, in un futuro, la prosecuzione.

Superfluo precisare come da un lato l’archivio sia uno strumento fondamentale per storici, sociologi e chiunque si voglia informare sul passato, dall’altro la diretta degli eventi politici, scientifici, giudiziari, non sarà magari sempre elettrizzante, ma certo contribuisce a garantire la trasparenza della vita pubblica. Per un meccanismo psicologico elementare, peraltro, se si è osservati si tende a evitare di commettere illeciti, o anche solo abusi. In quest’ottica si spiega perché il potere vada controllato e chiunque dovrebbe avere a cuore chi lo fa.

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Viceversa, come accennato, dietro quello che sembra proprio un paravento, cioè il risparmio di qualche danaro pubblico, si sta soffocando una radio unica nel suo genere e indispensabile per mantenere salubre l’aria nelle stanze “dei bottoni”. La cosa sarebbe già allarmante di per sé, ma lo diventa ancor di più se si considera che questa scelta politica si iscrive in una tendenza piuttosto preoccupante.

Questo episodio, infatti, va letto insieme a una, ormai tradizionale ma oggi più che mai evidente, occupazione dei posti chiave in Rai; alla conquista del vertice di istituzioni, come la Consob o l’Inps, con persone legate alla politica attiva; allo svilimento fino al dileggio di istituzioni internazionali come l’Onu, a cui è stato risposto di “pensare al Venezuela” quando ha mosso critiche a un ministro.

Nella stessa scia sta la delegittimazione di chiunque osi esercitare il proprio ruolo o anche solo dissentire. Si pensi alla fantasiosa ipotesi di messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica, minacciata da un vicepresidente del Consiglio, quando Mattarella si era rifiutato di nominare un certo ministro. E si pensi anche a quanti l’altro vicepremier ha cercato di zittire con la frase «prima fatti eleggere»: vescovi, magistrati, giornalisti, persino un ragazzino che aveva contribuito a salvare sé stesso e alcuni coetanei dal sequestratore di un autobus.

Tutti questi comportamenti – gli esempi potrebbero essere altri – hanno un denominatore comune? Secondo noi sì ed è un denominatore che spiega anche la scelta di rinunciare a un servizio come quello di Radio Radicale. Si tratta dell’idea, tipica delle democrazie illiberali, in base alla quale la discussione politica si esaurisce nella comunicazione diretta tra capo, organi collaterali filogovernativi e la folla (meglio se plaudente).

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In questo rapporto, non debbono esserci limiti agli argomenti o ai toni di chi comanda né garanzie per chi manifesta in pubblico idee diverse. E chi può aiutare il popolo a capire quanto la realtà sia multiforme e sfaccettata, quanto la stessa democrazia sia un complesso di regole delicate e complicate, è considerato un nemico, da zittire quando non da cancellare.

Alla vigilia delle elezioni europee chiudiamo con un pensiero di un ispiratore della Europa unita, Altiero Spinelli, secondo cui «la malattia che porta al totalitarismo non è mai di quelle malattie che si chiamano incurabili, contro le quali l’organismo colpito non può nulla. È una malattia di cui muore l’organismo che vuole veramente morire, e che rinunzia perciò a difendersi». Oggi di totalitarismo non si può certo parlare, tuttavia, quando all’orizzonte si vede qualche nube, occorre preservare l’arma incruenta della parola, anche quella che risuona nella vecchia, cara radio.

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