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Renzi, Calenda, Cairo: è partita la corsa all’elettorato di centro (in attesa della legge proporzionale)

Ieri Calenda, oggi Renzi e domani, chissà, Urbano Cairo. Ma anche Flavio Briatore e Giovanni Toti. È iniziato un classico della Seconda Repubblica: la stagione di caccia all’elettorato di centro. Il suicidio politico di Salvini ha chiarito le posizioni in campo. Per ora l’Italia è divisa in due. Da una parte il centrodestra sovranista a trazione leghista, dall’altra la coalizione della spesa pubblica M5S-PD. In mezzo c’è una prateria formata da elettori confusi e rassegnati che non si riconoscono in nessuno dei due schieramenti. Per questo in tanti stanno pensando a un partito fatto su misura per i moderati. L’area di Centro non è mai stata così affollata. L’obiettivo è diventare l’ago della bilancia grazie a una legge elettorale proporzionale senza premio di maggioranza che obbligherà i partiti estremisti ad allearsi con i più moderati per non rimanere esclusi dal governo.

La corsa al centro è diventato l’Eldorado delle ambizioni politiche di fine anni Dieci. Chi vuole fare il grande salto dalla società civile alla politica, chi si offre come la stampella moderata del sovranismo, chi sogna di tornare di nuovo protagonista. C’è Matteo Renzi che ieri a mezzanotte e mezza ha annunciato sui social la sua uscita dal Pd, la settima scissione nella storia dei dem. L’obiettivo di breve periodo è ottenere di nuovo la tribuna politica che il ruolo da senatore di Scandicci non poteva più garantire. Poi inizierà a dettare l’agenda riformista del governo giallorosso per mostrare ai dem delusi dall’alleanza con il M5S che esiste un’alternativa. E pazienza se è stato proprio Renzi a volere questo governo. L’ex segretario del Pd dirà la sua anche sulle tante nomine delle poltrone di enti pubblici e autorità indipendenti che dovranno essere fatte tra autunno e primavera. Fin da subito inizierà la maratona per offrire ai tanti deputati e senatori di Forza Italia scontenti della deriva leghista un approdo meno sconveniente del Partito democratico.

Almeno fino a quando il Parlamento non approverà una legge elettorale proporzionale per evitare che il taglio dei parlamentari impedisca alle regioni più piccole di essere rappresentate in modo adeguato. Non abbiamo la sfera di cristallo ma sappiamo che una legge senza premio di maggioranza e senza collegi unici sarebbe il miglior modo per evitare che la Lega governi da sola. Ecco perché ci aspetta un bel proporzionale da Prima Repubblica.

L’obiettivo dell’ex presidente del Consiglio è anche quello di bruciare il terreno del suo ex ministro Carlo Calenda che è uscito da settimane dal Pd per rendere Siamo europei un grande partito liberale europeista. A proposito di tempismo, il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti si era staccato quest’estate da Forza Italia per creare Cambiamo!, un partito che nelle intenzioni avrebbe dovuto essere l’ala più centrista dell’alleanza con la Lega di Matteo Salvini e Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. L’obiettivo sarebbe stato quello di rosicchiare voti a Forza Italia, ma Toti non ha avuto neanche il tempo di presentare il simbolo che è caduto il governo. Anche Flavio Briatore è sceso in campo e ha lanciato pochi giorni fa su Instagram il suo Movimento del Fare. Il proprietario del Billionaire giura che sarà un «movimento apolitico, né di destra, né di sinistra, né di centro». Forse qualcuno dovrebbe spiegarli che non esistono le opzioni sopra e sotto, ma si sa che gli imprenditori vedono più lontano di noi, gente comune.

Proclami a parte, l’area politica è quella di centro e sembra la solita chiamata alle armi della società civile che torna ciclicamente. Per questo da mesi si parla anche di un coinvolgimento dell’editore di La7 e Corriere della Sera Urbano Cairo, ma il rischio è che come è stato in passato per Luca Cordero di Montezemolo, si ritrovi ad annusare l’arena politica senza mai entrare davvero. Lo spazio è talmente affollato che ci stavamo dimenticando di Più Europa. Nato per essere l’alfiere dell’europeismo in Italia, alle elezioni europee del 26 maggio il partito di Emma Bonino non ha raggiunto neanche la soglia di sbarramento del 4% e rischia di rimanere soffocato dall’offerta politica che ci sarà nei prossimi mesi. E non sarà l’unico. Perché l’area del Centro è grande, ma non così tanto da poter accogliere tutti i leader in cerca di una seconda chance. Il rischio è di trovare tanti doppioni.

La politica italiana è diventata una canzone di Franco Battiato. Ma dopo il crollo della Democrazia cristiana, negli ultimi 25 anni il centro di gravità permanente che spezzasse il bipolarismo italiano è esistito solo nei manuali di scienza politica. Perché il popolo dei moderati, sempre invocato, non ha mai premiato questi esperimenti politici. La lista dei cadaveri precipitati nel buco nero del centrismo è lunga. Pronti? Trattenete il respiro: Francesco Rutelli (Api), Mario Monti (Scelta civica) Gianfranco Fini (Futuro e Libertà), Angelino Alfano (Alternativa Popolare), Bruno Tabacci (Centro democratico), Lorenzo Cesa (Unione di centro), Stefano Parisi (Energie per l’Italia), Flavio Tosi (Fare!), Clemente Mastella (Udeur), Mariotto Segni (Patto Segni), Sergio D’Antoni (Democrazia europea), Lamberto Dini (Rinnovamento Italiano), Rocco Buttiglione (Cristiani Democratici Uniti). Per non parlare della cintura nera del centrismo: Pierferdinando Casini passato dal Centro cristiano democratico, all’Unione di centro fino ai Centristi per l’Europa.

Tutti questi aspiranti De Gasperi hanno tentato di raccogliere l’eredità della Democrazia cristiana per diventare il perno della politica italiana. Pensavano che gli elettori avrebbero votato allo stesso modo per sempre, ma a parte poche eccezioni, solo pochi partiti hanno superato il 5% dei voti, senza mai durare più di una legislatura. L’equivoco è stato pensare che “moderato” sia un sostantivo, mentre è un aggettivo. Il centro non esiste perché non esistono idee moderate di per sé. Si tratta piuttosto di una mentalità che cerca l’accordo invece dello scontro, la mediazione al posto dell’annuncio, il pragmatismo al posto dell’idealismo. Ma nella politica dei selfie non basta più mettere uno scudo crociato nel simbolo per ottenere i voti della maggioranza silenziosa. Oltre ai fan esiste un elettorato volatile che negli ultimi anni ha premiato prima Renzi, poi Di Maio e infine Salvini, proprio perché avevano un’agenda chiara e ben definita di cose da fare. Gli italiani ignorano i contenitori vuoti e i politici logori che promettono di mantenere lo status quo. Una regola d’oro che i nuovi centristi dovranno ricordare se non vogliono che la loro prateria politica si trasformi nell’ennesimo buco nero.

https://www.linkiesta.it/it/article/2019/09/17/renzi-scissione-pd/43573/

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