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Roma sei senza speranza: se pure i Cinque Stelle sono corrotti, è davvero finita

La congiunzione astrale. La cometa di Halley. Il prepensionamento via mazzette. Dopo il mondo di mezzo, gli spezzapollici, gli immigrati che valgono più della droga, nuove allegorie verbali si abbattono su Roma e sì, adesso sappiamo come parlava di questa città anche il capogruppo del M5S in Campidoglio Marcello De Vito con il suo amico e forse socio, l’avvocato Camillo Mezzacapo. Roma da usare, Roma da sfruttare, in fretta, subito, prima che l’allineamento dei pianeti cambiasse: quando ci ricapiterà – si chiedevano i due – di essere nello stesso momento maggioranza al governo e maggioranza in Consiglio comunale?

Le accuse contro De Vito e Mezzacapo, in carcere da ieri ed espulsi per direttissima dal Movimento, sono molto pesanti. Secondo i giudici avrebbero attivato un “format corruttivo” per ritagliarsi compensi dalla costruzione del nuovo stadio della Roma e da altre iniziative urbanistiche ed edilizie in città. Garanzie ai costruttori (Luca Parnasi per lo stadio, Claudio e Pierluigi Toti per la riqualificazione dei Mercati Generali, Giuseppe Statuto per la costruzione di un albergo a Trastevere) in cambio di consulenze per Mezzacapo. De Vito avrebbe avuto il compito di spianare la strada a livello politico, il suo amico di incassare e custodire il tesoretto nei conti della società Mdl. La conversazione più incriminante intercettata riguarda proprio la suddivisione dei proventi: «Distribuiamoci questi», dice De Vito al telefono. «Non farmi toccare niente, lasciamoli lì – risponde Mezzacapo – quando finisci il mandato io, se vuoi, ci mettiamo altre sopra, se vuoi».

L’inchiesta chiarirà la fondatezza delle contestazioni dei pm e tuttavia non c’è bisogno di un processo per dire: povera Roma. Solo due anni la città fa pensava, per l’ennesima volta, di aver voltato pagina ed essersi conquistata un futuro più giusto, più trasparente, e invece ecco qui come ne parlavano, in privato, i suoi nuovissimi amministratori: un territorio dove far bottino, da spremere per mettersi in sicurezza prima che il vento della politica girasse e la fila dei costruttori si incolonnasse in altre direzioni.

La tentazione dei commentatori sarà, ancora una volta, di raccontarci la Capitale come irrimediabile ed eterna corrotta, buco che inghiotte anche gli animi più puri, trasformandone le buone intenzioni in miserabili speculazioni, oltretutto per cifre da miseria: meno di centomila euro versati, circa il doppio promessi. Ma è davvero così?

I romani, almeno dal 2008, votano in massa per sottrarsi al destino malato che la sorte sembra aver scelto per loro. Tre campagne elettorali, tre risultati consecutivi a sorpresa. Tre scelte inaspettate per sindaci “di discontinuità” che hanno fondato la loro proposta proprio sullo strappo col passato. Gianni Alemanno, arrivato in Campidoglio con lo slogan “Roma cambia” ripetuto su migliaia di manifesti contro il vincitore designato Francesco Rutelli (che oltretutto era stato un buon sindaco). Poi Ignazio Marino, detto addirittura Il Marziano per la sua alterità, assoluto outsider sia nelle primarie Pd sia nelle urne contro il sindaco uscente. Infine, Virginia Raggi, storia di oggi. Una debuttante in politica, che fu votata in massa anche per sua scarsa esperienza, garanzia di estraneità ai potentati cittadini.

«A Roma vincevi pure col Gabibbo», dice ora Marcello De Vito, ed è vero. Roma era così disperata che pur di cambiare avrebbe votato chiunque fosse risultato lontano dagli establishment incistati da sempre all’interno del Raccordo Anulare. Ed è per questo che l’innegabile frana del M5S romano sul fronte morale è davvero un meteorite che si abbatte sulla città, un elemento non più di rabbia ma di desolata rassegnazione che difficilmente sarà compensato dagli immediati provvedimenti disciplinari del Movimento. “Pure loro”, si dicono i romani. Allora è proprio finita.

https://www.linkiesta.it/it/article/2019/03/21/stadio-roma-scandalo-m5s-de-vito/41505/

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