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Salvini-Di Maio, patto sempre più fragile. Resa dei conti dopo le Europee

Se fossero al tavolo verde, e non al Governo di un Paese del G7 a crescita zero, i ruoli sarebbero facilmente riconoscibili. Matteo Salvini è il tight aggressive, quello che gioca scegliendo bene dove e con mani molto forti, evitando quelle marginali. Luigi Di Maio è il loose aggressive, altrettanto aggressivo ma con uno stile opposto, più imprevedibile: un range di mani allargato, che può portarlo a vincere piatti molto grandi con mani modeste o con mani monstre ben nascoste. Oppure a investire molte chip per poi foldare.

Fino alle elezioni regionali di fine febbraio in Abruzzo, Salvini aveva costretto Di Maio a inseguirlo sui suoi cavalli di battaglia, oscurandolo: immigrazione, sicurezza, pensioni e quota 100. Erano le sue “mani forti”, che lo hanno reso vittorioso, in termini di consensi. Il vicepremier M5S aveva giocato di rimessa: un passive, altamente prevedibile, spesso schiacciato sulle e dalle mosse dell’avversario-alleato. Il risultato è stato l’ombra: dalle politiche del 4 marzo 2018 i rapporti di forza, stando ai sondaggi, si sono capovolti. La Lega è salita dal 17% a oltre il 30%, il M5S è franato dal 32% a sotto il 25%, linea del Piave che cercherà di mantenere alle europee del 26 maggio. Anche confidando nell’effetto della partenza del reddito di cittadinanza.

Dopo la certificazione del crollo di voti nei territori, arrivata con le regionali in Abruzzo, Sardegna e Basilicata, il Movimento ha scelto di cambiare strategia comunicativa. Basta rincorrere Salvini e spalleggiarlo (clamoroso, per la base pentastellata, il “salvataggio” del leghista dal processo per la vicenda della nave Diciotti), sprint ai distinguo. Che sono diventati via via sempre più marcati: dal tema della famiglia e dei diritti, con la presa di distanza dal Congresso di Verona, ai «porti chiusi» contro cui è insorta la ministra pentastellata della Difesa, Elisabetta Trenta, fino al pugno duro sull’immigrazione dopo i fatti di Torino e di Roma a cui Di Maio ha reagito ricordando a Salvini anche oggi che sui rimpatri poco o nulla è stato fatto.

Ma è sui rispettivi talloni d’Achille che la fragile tregua gialloverde potrebbe franare: la giustizia e la legalità per la Lega, con il caso del sottosegretario Armando Siri indagato per corruzione; la Capitale per il M5S, dove le grane infinite della sindaca Virginia Raggi mettono a dura prova anche la pazienza dei vertici del Movimento. Non a caso all’attacco dei Cinque Stelle che chiedono le dimissioni di Siri la Lega ha risposto colpendo la norma “salva Roma” contenuta nel decreto crescita. E non passa giorno senza che Salvini perda l’occasione di denunciare i mali della Capitale e le inefficienze di Raggi.

GUARDA IL VIDEO - Di Maio: la Lega allontani Siri o inizio a preoccuparmi

Il Consiglio dei ministri ad altissima tensione di martedì sera ha visto plasticamente scontrarsi queste due posizioni. Rischiava di pagarne lo scotto un provvedimento che secondo il Def, insieme allo sblocca cantieri, vale lo 0,1% del Pil. E che già si trascinava dal 4 aprile, finito nei gorghi di quell’approvazione «salvo intese» cui la compagine gialloverde ci ha ormai abituati. È apparsa evidente la forzatura di Salvini, quando ha annunciato – da bravo tight aggressive – lo stralcio del “salva Roma” dal testo, irritando il premier ma alla fine imponendo la sua linea. Sono altrettanto lampanti gli azzardi di Di Maio, che ora, proprio come un giocatore loose, tende a giocare anche quando ha mani marginali.

Nella vicenda Siri il M5S è andato troppo in là per poter accettare a lungo la permanenza del sottosegretario al Governo. Di Maio si aspetta nuove rivelazioni dall’inchiesta che costringano il sottosegretario a un passo indietro? Oppure confida nella moral suasion che Conte potrebbe decidere di esercitare? Finora la difesa della Lega è granitica e l’esito della partita è difficile da prevedere. Anche se i due vicepremier smentiscono crisi e insistono nel dichiarare che il Governo andrà avanti altri quattro anni, l’incidente è ormai sempre dietro l’angolo.

La giustificazione della campagna elettorale che inasprisce i toni potrà reggere al massimo fino al 26 maggio. Dopo quella data una resa dei conti, sotto la forma minima del tagliando al contratto di governo e di un rimpasto o sotto quella massima di un divorzio, sarà inevitabile. L’Italia e la sua economia non possono permettersi maniac – giocatori maniacali che bluffano spesso e provano a vincere ogni piatto a colpi di aggressioni – a disegnare la prossima manovra, che ha 23 miliardi di aumento dell’Iva da sventare. Non è il momento. Ma è anche vero che Di Maio e Salvini hanno monopolizzato il tavolo e saturato tutto lo spazio politico, recitando i ruoli di maggioranza e opposizione. Alternative a questo Governo giudicate percorribili ancora non ne hanno.

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  • Manuela Perrone. Manuela Perrone è redattrice del servizio politico del Sole 24 Ore.Nata a Roma il 2 febbraio 1977, è laureata con lode in Scienze della comunicazione, indirizzo comunicazione istituzionale e …

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