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San Valentino instrumentum regni. Quell’ossessione sovranista per i simboli religiosi

 

Salvini bacia il rosario, Meloni invoca «Dio, padre e famiglia», Conte confessa di avere nel portafoglio il santino di Padre Pio. Quando si tratta di fare campagna elettorale ogni mezzo è lecito, e i politici italiani usano la religione per ottenere qualche voto in più. L’ultimo esempio è quello di Luigi Di Maio che mercoledì al santuario di San Valentino a Terni ha chiesto al santo di proteggere: «tutte le persone innamorate del bene comune. L’amore per la cosa pubblica e per il Paese salveranno questa nazione». Travisando forse che secondo la leggenda Valentino fu decapitato per aver fatto sposare una cristiana e un pagano, non certo per benedire il governo giallorosso. Anche nel settembre 2017 il capo politico M5S non si era fatto problemi a baciare la teca di San Gennaro a Napoli. Ma per le elezioni in Umbria forse servirà più di un miracolo.

Perché ostentare la propria religiosità? Forse basta dare un’occhiata al portale che raccoglie i sondaggi realizzati in Italia, dove si trovano percentuali interessanti sul comportamento degli elettori cattolici. «Il numero di italiani che si sentono credenti, vicini alle radici cristiane o che dicono di andare spesso a messa è sempre altissima, intorno al 75-80%. La sensazione un po’ strumentale da parte dei politici è che ammiccare a quel mondo voglia dire segnare a porta vuota, perché tutti si dicono cristiani e sensibili a questo tema», spiega l’esperto di comunicazione politica e socio di Proforma, Dino Amenduni. «Non è detto che la foto di Di Maio al santuario di San Valentino o Salvini che bacia il rosario si traducano in automatico in voti. Però siccome lo fanno tutti è nata una sorta di emulazione tra i politici che compiono questi gesti, perché tanto male non fa». Anche così si spiega perché tutti i partiti, dalla Lega al Partito democratico, si sono buttati a capofitto per attaccare il ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti che aveva riproposto l’idea di rimuovere il crocifisso dalle aule scolastiche. O perché le forze populiste chiedono senza indugio d’interrompere la domanda di adesione della Turchia all’Unione europea per non perdere le proprie radici cristiane.

In fondo nulla è cambiato. Nelle elezioni del 1948 quel genio di Giovannino Guareschi inventò per la Democrazia cristiana lo slogan: «Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no!» per convincere i cattolici a non votare per socialisti e comunisti. Come racconta Indro Montanelli, i democristiani Alcide De Gasperi e Giulio Andreotti andavano insieme a messa. Solo che De Gasperi parlava con Dio, Andreotti col prete, perché oltre a essere pastore di anime lo era anche dei voti. Andando anche più indietro nel tempo si nota che Di Maio non è certo il primo politico ad aver reso onore a San Gennaro. «Quando Gioacchino Murat entrò a Napoli da vincitore era considerato dal popolo un giacobino e un miscredente. Per questo la prima cosa che fece fu andare a rendere omaggio a San Gennar. Le cronache riportano un miracolo fuori dal calendario appena entrò», racconta divertito Angelo Baiocchi, docente di Marketing per la pubblica amministrazione all’Università La Sapienza di Roma e autore di “Comunicazione e politica. Guida moderna per cittadini sbandati e politici allo sbando” (Edizioni Ponte Sisto). «Negli ultimi anni questa tradizione dei politici che usano i simboli religiosi si era un po’ persa, perché anche la Chiesa interviene sempre meno nella politica nazionale. Però ora con l’avvento della nuova generazione di politici populisti è tornata l’idea che i riti religiosi siano gli strumenti giusti per ottenere più consenso».

Il politico che ha rispolverato dalla credenza i simboli religiosi cattolici è Matteo Salvini. Il leader della Lega ne ha fatto il cardine della sua narrazione basata sul buon padre di famiglia e difensore dei valori cristiani. Nella campagna elettorale per le politiche del 4 marzo giurò sul Vangelo, promettendo di rispettarne gli insegnamenti. Durante il raduno dei leader sovranisti a Milano, prima delle elezioni europee, chiese la protezione di «San Benedetto da Norcia, Santa Brigida di Svezia, Santa Caterina da Siena, ai Santi Cirillo e Metodio, a Santa Teresa Benedetta della Croce. «Affidiamo a loro il futuro, la pace e la prosperità dei nostri popoli». Per non parlare dell’appello al cuore immacolato di Maria per risolvere la crisi politica di mezza estate causata da lui stesso. «Salvini ha spostato i codici e i riti del leghismo verso il cattolicesimo tradizionale alla Orban, ma il modo pacchiano in cui li celebra si richiama alla tradizione della Lega padana di Bossi, in cui c’erano i celti, il dio Po, che a loro volta richiamavano al paganesimo della mitologia nazifascista legata al dio Reno, l’esaltazione dei Nibelunghi o dell’impero romano», chiarisce Baiocchi.

E così Salvini trasforma il rosario in amuleto, porta i braccialetti di Medjugorie e Lourdes, blu e nero, al polso, ma con questa scelta quanti voti guadagna? Difficile dirlo, perché in Italia non esiste un unico tipo di cattolico. «C’è una componente forte di credenti che vota Salvini nonostante le sue incongruenze rispetto alla dottrina. Ma allo stesso tempo esiste un mondo non piccolo formato dal clero religioso e cattolici che si sentono offesi per l’uso strumentale dei simboli religiosi fatto dal leader della Lega. Alla fine è un’operazione comunicativa che in superficie potremmo definire: “a somma zero”. L’uno annulla gli effetti dell’altro», spiega Amenduni.

E la mente ritorna al 20 agosto quando il presidente del Consiglio Conte, tra i vari sassolini tirati fuori dalla scarpa dopo un anno di governo, citò anche lo sfoggio dei simboli religiosi di Salvini, definendoli degli «episodi d’incoscienza religiosa» che mettevano a rischio il principio di laicità dello Stato. Come risposta Salvini baciò il rosario a favore di telecamera. «L’aspetto interessante dell’ostentazione di Salvini non è tanto l’impatto sull’elettorato. In base a quanto abbiamo visto nell’inchiesta di Report sulla Lega, sembrerebbero più dei messaggi rivolti ad alcune fondazioni o nicchie culturali che lo sostengono politicamente e forse anche economicamente. Tra questi la fazione minoritaria che nella Chiesa è contro Papa Francesco. Un po’ come se fosse un tributo da pagare in cambio del sostegno», spiega Amenduni.

Non è un caso se a più riprese la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni ha ripreso alcune frasi di Benedetto XVI, considerato da una frangia del cattolicesimo come il vero Papa: «Prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra». Sulla stessa scia Salvini a giugno pubblicava una frase di Papa Giovanni Paolo II sul controllare i flussi migratori. «Oggi la destra è fieramente avversa al Papa. E il suo più attivo alfiere è il giornalista cattolico Antonio Socci che ha scritto un libro per dimostrare che Bergoglio è stato eletto in maniera irregolare e quindi non ha la benedizione dello Spirito Santo», spiega Baiocchi. Se no ci sarebbe una contraddizione perché il vero cattolico pensa che il Papa ha sempre ragione. In questo pertugio teorico si infila la destra italiana che così può dissentire dalla posizione filo migranti di Papa Francesco e suggerire al popolo che il vero cristiano si affida a Padre Pio e al cuore immacolato di Maria invece che al Vaticano».

 

 

 

 

 

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