
Un esponente “mediano” di un partito italiano accompagna il leader in una visita all’estero, ad esempio in Russia, partecipa a parte degli incontri ufficiali e poi, in via più riservata, intavola altre trattative con misteriosi finanziatori provenienti dal Paese in cui si trova. L’obiettivo è ottenere soldi per sostenere la campagna elettorale successiva. Però qualcosa non va. Il mediatore agisce in modo maldestro, oppure cade in una trappola: l’incontro viene registrato e finisce sui giornali. Prima su quelli italiani, poi – dopo qualche mese – americani. E scoppia un caso politico.
È il “Russiagate” italiano, che va a colpire il leader della Lega Matteo Salvini, attraverso le mediazioni (non è dato sapere se siano andate a buon fine) messe in piedi da Gianluca Savoini, da sempre sostenitore di un rapporto speciale tra Russia e Italia. Il caso sembra inchiodare ma, al momento, non inchioda. Sembra dare risposte ma, in realtà, solleva più che altro domande: cosa è successo, davvero? Ci sono stati passaggi di denaro? E ancora: chi ha teso la trappola? Chi ha interesse a colpire (forse punire) Salvini? Quali poteri si sono mossi nell’ombra?
Secondo l’ex ambasciatore Sergio Romano, editorialista e profondo conoscitore sia del mondo americano che russo, la situazione è ancora troppo confusa per poter dare delle risposte.
Gli elementi sembrano suggerire una cosa: è meglio muoversi con cautela.
Sì. Diciamo che il caso in questione è, secondo me, “immaginabile”.
Cosa intende?
Intendo che possiamo immaginare che la Russia, che in questo momento può sentirsi accerchiata da Paesi che prendono parte alla Nato, cerchi amicizie in Paesi con cui vanta rapporti consolidati, come ad esempio l’Italia. E possiamo immaginare che sarebbe felice se un partito amico, che propone istanze di scongelamento dei rapporti, andasse al potere, perché potrebbero aiutarli a uscire dall’isolamento.
Possiamo immaginarlo, ma è reale?
Uno scenario del genere del resto possiamo averlo già visto negli Stati Uniti. Era chiaro che per la Russia un candidato come Hillary Clinton sarebbe stato meno preferibile del suo concorrente. Ed è possibile che sia intervenuta, in qualche modo, per condizionare il risultato. Ma c’è un problema.
Quale?
Che non mi basta. Non ci sono prove, non ci sono elementi per corroborare queste storie. So che è possibile immaginarle e so anche che c’è sempre qualcuno che le immagina e cerca di diffonderle. È quasi un meccanismo inarrestabile, oggi ancora di più visti i mezzi tecnici a disposizione. E proprio per questa ragione si parla sempre più di fake news. Insomma, io prima di valutare queste situazioni vorrei avere le prove.
In mancanza di prove, però, ci sono le ricostruzioni.
So anche che i giornali hanno la loro parte di responsabilità: hanno la tentazione di trasformare in verità cose che non sono confermate, o anche solo di considerarle “possibilmente vere”, dedicandogli il massimo dello spazio nelle pagine. Eppure, di fronte a tutto questo, non sono capace di eccitarmi. Vorrei sapere di più. Vorrei che si sapesse di più.
Però il contesto internazionale può aiutare a capire qualcosa. Russia e Usa, ad esempio, hanno sempre più rapporti ambigui.
Non li definirei ambigui. Il caso di un presidente con ispirazione amichevole nei confronti di Mosca e un Congresso decisamente avverso non si dà più. Dal momento in cui Donald Trump ha capito che questa posizione gli faceva correre il rischio di un impeachment, ha fatto calare di parecchi gradi la sua amicizia verso i russi.
https://www.linkiesta.it/it/article/2019/07/16/sergio-romano-russiagate-putin-salvini/42878/












