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Umbria: la disfatta M5S, l’assedio a Di Maio e il nodo del rapporto con Conte

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La sconfitta era attesa, ma non di queste proporzioni. Quel 7,41% ottenuto dal M5S in Umbria, tre punti sotto Fratelli D’Italia e circa la metà dei consensi nella regione rispetto alle europee, condanna il Movimento a un surplus di sforzi per recuperare terreno. E per tenere compatto un gruppo parlamentare già in rivolta. Con il nodo dei rapporti del leader Luigi Di Maio con il premier, Giuseppe Conte, tutto da sciogliere.

Il prezzo pagato dal M5S
La nave Cinque Stelle, già pesantemente in acque agitate dopo i 15 mesi di alleanza con la Lega, finisce per affondare in terra umbra. Nonostante il taglio dei parlamentari, nonostante la battaglia per strappare pene più alte per i grandi evasori, nonostante un’agenda che dall’ex Ilva al “no” a qualunque ritocco dell’Iva sia stata dettata proprio dal Movimento. Il M5S paga a caro prezzo l’abbraccio con il Pd, tardivo e mal digerito sul territorio dove fino all’estate si attaccava «il partito di Bibbiano» e il malaffare in Umbria. Sconta i ritardi nella riorganizzazione interna, che riescono nell’impresa di coagulare dissensi eterogenei, dalla rabbia degli esclusi dal Governo (da Barbara Lezzi a Danilo Toninelli, fino a Giulia Grillo) ai nostalgici del passato. Fa correre al Movimento il pericolo concreto di ridursi a un partitino che non riesce più a intercettare la “massa”: il 32,7% delle politiche del 2018 sembra un miraggio.

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La reazione a caldo: stop alle alleanze
La prima reazione dei vertici M5S, attraverso il blog delle Stelle, è di chiusura alle intese future. «Il patto civico per l’Umbria lo abbiamo sempre considerato un laboratorio, ma l’esperimento non ha funzionato», il primo affondo. «Il Movimento nella sua storia non aveva mai provato una strada simile. E questa esperienza testimonia che potremo davvero rappresentare la terza via solo guardando oltre i due poli contrapposti». I Cinque Stelle tornino a fare i Cinque Stelle, è il senso. Che ipoteca la via per il prossimo appuntamento cruciale: le elezioni in Emilia Romagna a fine gennaio.

La rivolta interna, da Lezzi a Mario Michele Giarrusso
Ma il corpo pentastellato è tutt’altro che granitico. L’ex ministra Lezzi, su Facebook, rilancia la proposta di convocare un’assemblea: «In Umbria non siamo stati alternativa. Non siamo stati il cambiamento di cui c’è ancora estrema necessità. Siamo sfuggiti alla responsabilità politica. Questo è un dato di fatto di cui tutti dovremmo farci carico e avremmo il dovere di assecondare la necessità di un confronto costruttivo per individuare alternative, ormai, indispensabili». La presidente della commissione Finanze della Camera, Carla Ruocco, ribadisce la sua ricetta: «Occorre puntare sulle competenze, che nel M5S ci sono ma non sono utilizzate al meglio». Durissimo il senatore Mario Michele Giarrusso, che fa nomi e cognomi: «Ogni volta che un attivista vede uno Spadafora, un Buffagni o una Castelli, viene colto da conati di vomito e fugge via disgustato. Dobbiamo dire basta a questi frutti avvelenati e a chi li ha coltivati, sostenuti e difesi». La sua linea è opposta a quella ufficiale: la fine del patto M5S-Pd «non mi risulta, il Movimento è una forza democratica, se decidesse uno solo sarebbe un grosso guaio».

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