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Un anno di governo e un bilancio difficile

Proprio in questi giorni di inizio giugno, il governo Salvini Di Maio compie un anno. I due leader lo fanno più imberbe, dandogli nove o dieci mesi, a seconda dei casi : più che per una civetteria, per sottolinearne il carattere ancora sperimentale, quasi un periodo di prova, e la precocità di un bilancio. In realtà, il termine di un anno esauriva la durata media dei governi dei primi quarant’anni di Repubblica, e rendeva inevitabile un giudizio. Difficile, oggettivamente, tentare ora un conto consuntivo in termini di risultati per il governo nato da un contratto ormai quasi dimenticato: difficile almeno per l’osservatore non di parte, che si sottragga al condizionamento di un rapporto diretto, addirittura fisico con uno dei due capipartito, o all’avversione precostituita.

Nel primo caso, la maggiore novità di questa originale, inesplorata fase politica: il rapporto travolge, in una relazione spesso fatta di effusioni, la tradizionale, deplorata distanza tra semplici cittadini ed eletti. Aristocraticamente inarrivabili e intoccabili, questi ultimi: esponenti di una minoranza che, dall’uscita di un libro di straordinario successo, viene identificata con un’odiosa casta di insopportabili parassiti. Proprio quell’opera – un compendio impietoso, peraltro spesso fedele, ma iperconcentrato e a senso unico, di privilegi e soperchierie di quella che pure è la proiezione costituzionale del popolo sovrano – imprime una data fondamentale in quel processo di trasformazione della politica tradizionale in una delle svariate, ma convergenti, accezioni del populismo.

Strano: si manifesta, questo fenomeno di livellamento con il leader (non con i propri eletti di collegio, che non esistono più ), contestualmente alla recisione del legame tra elettore ed eletto, perpetrata da una serie di leggi elettorali davvero partitocratiche (e quindi antipopolari, prima e più che antipopulistiche). Leggi peraltro mai seriamente avversate da nessuno dei partiti di ieri e di oggi.

Un rapporto di uguaglianza formale tra “popolo” ( i propri elettori) e capipartito ( la politica è tutta lì, con irrisione della Costituzione), attraverso il quale la politica si disfa – deresponsabilizzandosi – del suo fisiologico compito di guida di una comunità, fingendo di sottomettersi alla dettatura del volere dei cittadini; quindi alla rinuncia ad una politica complessiva, che abbia l’ambizione di essere sintesi strategica degli interessi dell’intero Paese.

In realtà, una geniale messa in scena. Se si potesse usare, senza essere fraintesi e insultati, il criterio delle relazioni civili, non sarebbe esagerato il riferimento alla specie della “circonvenzione di incapace”: stabilendo bene che non si tratterebbe di un deficit congenito, quanto abilmente veicolato , proprio grazie a quel rapporto all’apparenza solidamente simbiotico che è una delle specialità del populismo. A rischio di essere fraintesi ed insultati, l’immagine più calzante è quella della “circonvenzione d’incapace”, dovuta non ad un deficit di comprensione degli elettori, ma all’ipocrisia di un rapporto all’apparenza simbiotico che è una delle specialità del populismo. Specialità tutt’ora incontrastata,per assenza di idonea strumentazione, dalle opposizioni tradizionali, relegate a recitare nelle sedi atrofizzate e marginalizzate della democrazia, le due Camere del Parlamento.

Già, le opposizioni: l’aspetto più inquietante di questa rinnovata relazione si trova in una relazione personale, seppure a distanza, del leader anche con i cittadini dissenzienti, che vengono attaccati quando osino esercitarsi in un elementare, sanissimo diritto di critica. Quando si tratti di esponenti pubblici non politici, spesso in funzioni equilibratrici del potere politico, con l’invito a candidarsi, e con il prepotente abuso del concetto del “primato della politica”; se privati cittadini, spesso additati senza mezze misure alla pubblica riprovazione.

Semplici esempi per chiarire: la modifica dei criteri di attribuzione delle scorte accompagnata dalla citazione pericolosa di un notissimo scrittore da anni minacciato dalla mafia. Oppure, l’uso della forza pubblica a divellere innocui manifesti di dissenso, non sempre con le buone maniere. Cronisti minacciati per le loro idee, nell’epoca del ritorno decantato alla terzietà del servizio pubblico.
Cittadini adoranti e cittadini dissenzienti appaiono, a una prima superficiale analisi, destinatari di un opposto futuro nel rapporto con le leadership di governo: privilegiati, vezzeggiati i primi, reietti, intimiditi i secondi .

Nella realtà, entrambi si trovano su un unico immenso convoglio, che al resto del mondo, e agli esperti del nostro mondo, appare avviato verso un gigantesco tamponamento. Se i macchinisti non cominceranno davvero a pensare all’interesse di tutti, anziché al proprio bottino quotidiano di consensi, i viaggiatori andranno incontro , gli uni spensierati e fiduciosi, i secondi impotenti e angosciati, ad un unico drammatico destino.
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