
La Consulta boccia il referendum leghista sul maggioritario
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Una pronuncia nel segno della continuità, che non ha “osato” avventurarsi in terre incognite. Alla fine, dopo molte ore di conclave, i giudici della Corte costituzionale hanno deliberato per la non ammissibilità del quesito referendario presentato da otto regioni a guida centrodestra e messo a punto dal leghista Roberto Calderoli.
In attesa delle motivazioni della sentenza, il primo effetto politico è evidente: lo stop al maggioritario, dal momento che l’obiettivo dei proponenti era trasformare il sistema elettorale in un maggioritario secco basato interamente sui collegi uninominali come in Gran Bretagna, e il conseguente via libera alla riproporzionalizzazione del quadro politico.
«Il castello di sabbia costruito dalla Lega di Matteo Salvini sulla legge elettorale è venuto giù. Ora la maggioranza vada spedita verso l’approvazione della proposta depositata alla Camera», è la reazione immediata dei capigruppo del Pd condita con un non celato sospiro di sollievo. Avanti, dunque, con il Ddl appena presentato alla Camera dai quattro partiti della maggioranza giallo-rossa e ribattezzato Germanicum: un proporzionale con soglia di sbarramento al 5% come in Germania, appunto. L’unica legge, dopo mesi di discussione, che tiene insieme i pezzi del governo.
Per il M5s non sarebbe stato possibile – almeno in questa fase politica con Luigi Di Maio ancora seduto, sia pure più traballante di qualche mese fa, sulla poltrona di capo politico del movimento – accettare un maggioritario secco che lo avrebbe costretto alla coalizione pre-elettorale con il Pd perdendo così la parte più movimentista e di destra dell’elettorato e della dirigenza.
Da qui il compromesso accettato dal Pd di un proporzionale con correzioni anti-frammentazione. Come ha spiegato negli ultimi giorni Dario Franceschini, è un sistema che permette la corsa solitaria pur sapendo che dopo le elezioni si dovrà convergere.
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