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Salario minimo, il rischio di farlo per legge  

Salario minimo, il rischio di farlo per legge

Un salario minimo stabilito per legge può confliggere con la Costituzione, e in nome dell’attuazione dell’art. 36 (“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”) può ledere l’art. 39, che attribuisce alle organizzazioni sindacali la personalità giuridica e la potestà di stipulare contratti collettivi con efficacia obbligatoria (erga omnes) per i lavoratori delle diverse categorie. E’ questa l’opinione di un profondo conoscitore di storia sindacale, storia di cui lui stesso è stato protagonista: Walter Galbusera, economista (è laureato alla Bocconi), a lungo segretario generale della Uil Metalmeccanici di Milano, e ora presidente della Fondazione Anna Kuliscioff.

“Nel disinteresse della pubblica opinione – afferma Galbusera – con la sostanziale condivisione delle maggiori organizzazioni sindacali e utilizzando la bandiera del salario minimo, si delinea un progetto sotterraneo di revisione costituzionale, avviata con un disegno di legge da parte del presidente 5Stelle della commissione Lavoro del Senato, Nunzia Catalfo, a cui si accompagna un ddl del senatore Pd Tommaso Nannicini che, pur allargando l’orizzonte al tema della partecipazione dei lavoratori (richiamando l’articolo 46 della Costituzione), ha molti aspetti in comune con quello grillino”.

“Entrambi hanno l’obiettivo dichiarato di stabilire un salario minimo per dare attuazione all’articolo 36 della Costituzione il cui effetto sarebbe però anche quello, seppur in via indiretta, di ‘manomettere’ l’articolo 39”, aggiunge l’ex sindacalista.

Una legge potrebbe avere l’effetto “di attribuire ai soli gruppi dirigenti di Cgil, Cisl, Uil e Confindustria, che oggi legittimamente si autogovernano, la rappresentanza presunta ope legis che li trasformerebbe (in violazione appunto dell’articolo 39) in fonti di produzione giuridica attraverso l’estensione erga omnes dei contratti collettivi da essi sottoscritti”, spiega Galbusera.

“In sostanza, si otterrebbe l’applicazione dell’articolo 39 senza rispettarne i presupposti indicati, aggirando le condizioni poste dai costituenti (statuto interno a base democratica e registrazione) per ottenere gli stessi risultati. Naturalmente, un peso non indifferente avrebbero la modalità con cui si dovrebbe accertare l’effettiva rappresentanza di iscritti e voti elettorali ricevuti e, soprattutto, le modalità attraverso le quali si esprime la volontà dei lavoratori e delle imprese che, attraverso forme di democrazia delegata o di democrazia diretta, decidono se accettare o respingere i contenuti di un accordo”, dice l’ex sindacalista.

“Non si può certo rappresentare questo progetto come la replica del ‘Patto di Palazzo Vidoni’ del 1925 quando i sindacati fascisti e la Confindustria si auto attribuirono la rappresentanza reciproca ed esclusiva delle forze sociali, ma occorre costruire un percorso condiviso per dare effettiva attuazione a norme di trasparenti e rispettare la effettiva volontà dei lavoratori che si ritrovano nelle diverse organizzazioni”, conclude Galbusera.

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