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Sanità: Epatite C, Progetto Piter ha contribuito a comprendere l’epidemiologia

 
 
Il progetto PITER ha contribuito in tutti questi anni a far capire l’epidemiologia dell’Epatite C in Italia in tutti quei pazienti in cura presso i centri italiani. Sono circa 12mila i pazienti valutati che rappresentano un campione.
Grazie a PITER, inoltre, siamo riusciti a fornire, a chi si occupa di politiche sanitarie, delle indicazioni e delle evidenze scientifiche per quanto riguarda l’accesso ai farmaci per trattare i malati fin dai primi stadi della patologia”. A dirlo all’agenzia di stampa Dire e’ Loreta Kondili, responsabile progetto PITER dell’Istituto Superiore di Sanita’ a margine della conferenza stampa a Palazzo Madama del lancio della campagna sociale per l’eliminazione dell’Epatite C promossa da SIMIT, AISF e patrocinata dal ministero della Salute.
“Dunque indipendentemente dalla gravita’ della malattia prosegue Kondili- la terapia ha un effetto molto positivo non solo sulla salute delle persone ma anche sul rapporto costo-efficacia per il Ssn. Oggi il trattamento e’ accessibile a tutte le persone e infatti le nostre ricerche sono indirizzate a scoprire piuttosto il sommerso. Innanzitutto bisogna capire dove si trova questo sommerso e attuare una strategia di screening di tutta la popolazione. Abbiamo testato lo screening universale, che a medio termine garantisce un risparmio dei costi”.
“Il sommerso va cercato- conclude Kondili- alla popolazione oltre i 30-40 anni d’eta’. La nostra proposta dunque e’ uno screening per coorte d’eta’ che risultano vantaggiosi sia sotto il profilo costo-efficacia che in termini di sostenibilita’ per il Ssn. Le coorti a partire dal 1948 e fino al 1978 se non 1988 sono le categorie della popolazione che sicuramente meritano un approfondimento”.  
 

“L’Epatite C si combatte soprattutto attraverso le nuove terapie che consentono la guarigione ma e’ altrettanto importante, per fermare la malattia, sensibilizzare la popolazione e raggiungere chi non e’ a conoscenza della
malattia e dei rischi correlati. Molte persone ancora non sanno di essere affetti dalla patologia e che questa può’ essere curata. Ma per debellare l’Epatite C, questa va prima  diagnosticata e poi trattata raggiungendo anche l’obiettivo fissato dall’OMS di curare almeno il 65% della popolazione.
Questo significa poter, con un investimento iniziale, sensibilizzare e poi trattare con i nuovi farmaci e allo stesso
tempo far risparmiare molte risorse al Ssn nonche’ guarire moltissimi pazienti”. Cosi’ Pierpaolo Sileri, presidente della XII Commissione Igiene e Sanita’ del Senato, interpellato dall’agenzia Dire a margine della conferenza stampa a Palazzo Madama per il lancio della Campagna sociale per l’eliminazione dell’Epatite C promossa da SIMIT, AISF e patrocinata dal ministero della Salute.

 
 
“Far emergere il sommerso dei malati di Epatite C non e’ ovvio ma e’ necessario, soprattutto perché’ dobbiamo considerare la dimensione generale che supera il pur importante aspetto individuale. Non ci accontentiamo di far
guarire il singolo ma vogliamo andare a ridurre in modo significativo la presenza del virus nella popolazione e arrestare la sua possibile ulteriore diffusione”. Cosi’ all’agenzia di stampa Dire il professor Massimo Galli, presidente della Societa’ Malattie Infettive e Tropicali (SIMIT).
“Il sommerso- prosegue Galli- e’ nelle persone di eta’ adulta, della mia generazione o antecedente addirittura, quando ad esempio non era stato introdotto il materiale usa e getta per tutte le pratiche sanitarie. Penso anche al periodo in cui non eravamo ancora in grado di rendere sicure le trasfusioni di sangue oppure garantire la sicurezza in sala operatoria, dal dentista o peggio ancora quando era ancora in uso l’infermiera che passava di casa in casa con la siringa da bollire. In tutti questi casi molte persone hanno contratto e diffuso il virus”.
“Oggi possiamo far saltare fuori questo sommerso- aggiunge il presidente di SIMIT- ma dobbiamo farlo con una chiamata attiva.
Quindi bisogna rivolgersi a determinate tipologie di persone e classi d’eta’ valutando come farlo regione per regione, per individuare chi ha contratto l’infezione e non lo sa e curarlo.
“Poi bisogna assicurarsi che chi sa di essere malato si rechi nei centri predisposti per curarsi. Vanno considerate soprattutto le cosiddette categorie a maggior rischio: persone con storia pregressa o attuale di tossicodipendenza con scambio di siringa, il contesto carcerario, senza dimenticare anche il discorso che riguarda gli immigrati, che rappresentano milioni di individui in Italia con prevalenza di infezione non inferiore a quella degli italiani. Per cui- conclude Galli- se dobbiamo ragionare in termini di sistema Paese dobbiamo intervenire anche in questo
senso”.
“Come Universita’ Tor vergata insieme all’Istituto Superiore di Sanità’ abbiamo compiuto studi molto
importanti sull’impatto economico e di cura conseguenti al trattamento dei pazienti con i nuovi farmaci contro l’Epatite C.
Abbiamo analizzato coorti di pazienti con temporalita’ differenti: contestualmente abbiamo raffrontato i dati nazionali con quelli degli altri Paesi europei, primi fra tutti Spagna e Inghilterra, utilizzando la banca dati PITER dell’ISS e la banca dati dei registri AIFA, utilizzando dunque dati ‘real world'”.
Cosi’ all’agenzia Dire il professor Francesco Mennini, research Director, Centro EEHTA, CEIS, Universita’ degli Studi di Roma Tor Vergata a margine della conferenza stampa a Palazzo Madama del lancio della campagna sociale per l’eliminazione dell’Epatite C promossa da SIMIT, AISF e patrocinata dal ministero della Salute.
“Dall’analisi e’ emerso- prosegue Mennini- che come Paese abbiamo il numero di pazienti maggiori che sono stati trattati e guariti confrontando il risultato con quello degli altri Paesi europei. Mentre per quanto concerne l’aspetto economico e finanziario, si e’ dimostrato che dopo 5 anni e mezzo c’e’ il pieno ritorno dell’iniziale investimento effettuato dal Ssn.
Dunque tanto e’ stato speso per garantire i trattamenti, tanto e’ ritornato indietro come riduzione dei costi. La ricerca ci ha inoltre consentito di dimostrare che nell’arco di 20 anni ci sara’ addirittura un risparmio che si attesta attorno ai 55 milioni di euro. Credo questa sia una notizia importante perché’ si dimostra come le tecnologie e farmaci efficaci riducano i costi e hanno efficacia nella cura sui pazienti. Abbiamo in più’ dimostrato che in Italia c’e’ stato il più’ alto tasso di remissione da Epatite C”.

 
 

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