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Storia ed evoluzione della moda

L’uomo non si veste solo per coprirsi. Con l’evoluzione l’abbigliamento ha assunto un ruolo molto importante nella sua vita.

Il percorso storico della moda, del costume, altro non è che lo specchio del pensiero umano. Dall’antica Roma al ventesimo secolo gli abiti rappresentano ceti, idee, religioni, rivoluzioni e controrivoluzioni. Semplici toghe per il classicismo dei romani, tuniche decorate delle nuove stoffe di Bisanzio, le mutande per coprire le vergogne, i pantaloni per cavalcare, le parrucche e i finti nei del Barocco, gli abiti ampollosi per anime e teste vuote, le sbavature del manierismo. Esasperazioni che portano a rivoluzioni, nuove idee e nuovi abiti.

Basta un lenzuolo

Una semplicità e una purezza solo apparente: metri e metri di stoffa per coprirsi. Questa era la moda al tempo dei romani. L’indumento principale era la togadrappeggiata direttamente sul corpo.

Nella vita quotidiana era sostituita dal Pallio d’origine greca, più pratico e ridotto. Soltanto i magistrati e i senatori erano autorizzati a guarnire la toga con strisce di stoffa tinta nel rosso della porpora estratta da una conchiglia del Mar Morto. La porpora, era materia rara e carissima. Ogni conchiglia dava una sola goccia di colore, occorrevano quindi migliaia di molluschi per avere una tinta rossa.

In casa, indossavano una semplice tunica, di taglio uguale sia per gli uomini che per le donne che prendeva il nome di indumenta. Sotto le donne portavano solo una lunga fascia di lino detta zona per sostenere il seno o ridurlo. I poveri e gli schiavi indossavano una gonna o una breve tunica stretta in vita da un laccio.

Il disegno degli abiti rimase immutato nei secoli, una sicurezza di linee che durò fino ai tempi di Costantino.

Toga addio

Con il riconoscimento ufficiale della nuova fede cristiana, il costume romano lascia spazio al nuovo abbigliamento bizantino. Anticamente le due tuniche sovrapposte dei romani avevano lo stesso peso e la stessa importanza, ed esaltavano sinuosamente le linee del corpo. Adesso la tunica superiore, realizzata in stoffe pesanti, ricche di ricami e di decorazioni preziose, s’irrigidisce in una forma geometrica che chiude il corpo. Il Pallio si trasforma nella clamide, un mantello formato da un rettangolo di stoffa ripreso dalle divise militari, che si portava fermato sulla spalla sinistra da una fibula.

L’abbigliamento bizantino è simile sia per le donne che per gli uomini: una tunica più pesante con una balza decorata, un’altra tunica di linea non ampia e di tessuto prezioso, con maniche corte, un mantello a clamide, un’acconciatura a copricapo e lunghi orecchini.

Alla fine del IV secolo i cittadini sono dispensati dall’indossare la toga. Ciò segnerà la sua scomparsa e una rivoluzione nel costume.

Copriamo le vergogne

Il costume medievale è apparso contemporaneamente in tutte le nazioni europee con le stesse caratteristiche.

E’ il frutto dell’abbigliamento bizantino, con la differenza che le braghe erano messe in evidenza per gli uomini, mentre le donne usavano una doppia tunica, sotto la quale, si sospetta, che anche loro le portassero. La base dell’abito femminile era ancora una tunica, meno ampia, con strette maniche. Le scollature erano sempre pudicamente accostate al collo.

I contadini indossavano tuniche di lino e di lana; sotto la camicia, solo d’inverno, portavano le braghe tagliate in due pezzi: la gamba destra e quella sinistra unite fra di loro da un laccio e legate alla vita. Sono le prime mutande e prendono il nome di pudende (dal latino pudendum, cosa di cui ci si deve vergognare).

Le donne sposate di ogni ceto e condizione avevano la testa fasciata da bende. Le vedove tenevano il collo fasciato con una pezzuola: il soggolo, che copriva anche le orecchie. Il volto, così incorniciato, assumeva dignità e nobiltà. Piacerà molto alle regine che lo indosseranno con grazia ed eleganza.

Le Crociate

La partenza per le Crociate piegò le necessità dell’abbigliamento medioevale alle esigenze dei viaggi. I pellegrini e i monaci vestivano saio, mantello con cappuccio, sandali, bastone e bisaccia. Talvolta, sopra gli abiti indossavano un mantello bianco con un segno della croce rosso. Per i cavalieri, la vestizione era più complicata. La cotta d’armi dell’anno Mille era una lunga camicia fatta di più strati di cuoio rinforzata da placche di ferro. I crociati la sostituirono con la cotta di maglia di ferro con lunghe maniche aperta sul davanti e sul dietro per cavalcare. Sempre in quegli anni fu imposto alle

donne di portare il velo. Se ne produssero di così fini e leggeri che, contrariamente agli intenti, il gentil sesso ne guadagnò in sensualità, come dimostrano alcuni dipinti del Beato Angelico. Ultima curiosità di quest’epoca è la nascita dei bottoni. Quest’accessorio fu malgiudicato dai bigotti per la facilità con cui permetteva di spogliarsi. Giotto stesso, nella Cappella degli Scrovegni, ritrarrà la Lussuria nell’atto di sbottonarsi in fretta il corpetto.

Paggi e damigelle

La grazia esteriore dell’uomo gotico apre le porte al Rinascimento dove però si falsa in un’esplicita esibizione del corpo maschile. I farsetti corti in vita e le calze divise, mettevano in mostra gli attributi maschili. Nasceva l’astuccio penico che prenderà il nome di conchiglia. In quegli anni, nascevano anche le prime calze fatte a maglia. Per l’acconciatura trionfa il balzo: i capelli sistemati in posticci formano una sorta di aureola intorno al viso.

Negli abiti femminili per la prima volta si ha il punto vita staccato dal corpino e dalla gonna. I nuovi busti venivano sostenuti da stecche, imbottiti con bambagia. Il seno, evidenziato da larghe scollature, trionfava fra le fitte pieghe della larga camicia, le maniche si allargavano a dismisura.

 

La gonna si trasforma: pieghe profonde, montate a canne d’organo, coprivano un’ampia sottogonna sostenuta da un’armatura di cerchi di bambù.La moda spagnola segnerà i successivi cambiamenti: un ritorno all’ordine con forme triangolari e piatte, velluti, colletti enormi e inamidati. E il nero diviene simbolo di eleganza.

L’austerità luterana

Le lotte religiose del XVII secolo porteranno a influenzare la moda. La nuova borghesia mercantile, profondamente osservante, creerà un tipo di abbigliamento castissimo. Donne con grembiuli e cuffie di lino bianco inamidate; due accessori che rimarranno a lungo nel costume popolare. I loro vestiti sono invariabilmente neri o di colore molto scuro, rischiarati solo da piccoli colletti bianchi uguali per uomini e donne, rallegrati da pizzi realizzati a Bruges da maestranze veneziane. Gli uomini portano sugli abiti mantelli corti alla spagnola che arrivano all’incavo del ginocchio. Le donne fuori casa si avvolgono, come vediamo nella pittura fiamminga, in un lungo ed ampio mantello che arriva fino alle caviglie. L’abbigliamento delle giovani sarà quello che segnerà il cambiamento e l’entrata nel Barocco. La tradizione si ammorbidisce: sotto la gonna nera (dai fianchi rialzati) si intravede una sottogonna colorata, ornata da una serie di galloni ricamati. Il davanti del corpino si irrigidisce, rinforzato da un interno di cartone o di cuoio che termina a metà dei fianchi. E nato il panserot.

Pizzi e crinoline

Dal panserot inizierà la rivoluzione barocca. Sarà realizzato con stoffe preziose, ricamato con guarnizioni d’oro. Le linee diventano ricche, arrotondate. Gli uomini abbandonano la rigidità. Il loro corpino si fa ricco di nastri e bottoni, mentre i pantaloni, a sbuffo, non oltrepassano il ginocchio. Spesso sono infilati in enormi stivali, tranne che in Francia, dove perdureranno le scarpe ornate da coccarde. Alla metà del secolo Il farsetto, corto al punto vita, si trasforma e acquista la lunghezza a metà coscia: è la prima giacca.

Molto diffuse e di gran moda in questo periodo le parrucche. Anche il ruolo della camicia muta: non è in vista, fuoriesce dai polsi. Al collo una lunga striscia di tela viene girata intorno e termina con un fiocco: una moda introdotta dalle truppe croate da cui prende il nome di cravatta.

Fanno la loro prima apparizione anche le maniche corte ed i nei, chiamati alla francese mouche, ovvero mosche, diffusi negli ambienti della nobiltà. Ma questa esagerazione e ampollosità sfocerà ben presto nel garbo e nella leggerezza.

Grazia del Rococò

Il ‘700 è l’epoca delle feste galanti, dei personaggi raffinati. Il primo accessorio che scompare è la parrucca, indossata solo da vecchi conservatori. I capelli maschili sono divisi in tre parti: due laterali e una sul dietro raccolta con un nastro. I fratelli italiani Farina fabbricano la prima acqua di colonia. Un orefice tedesco riesce, con una soluzione, a far brillare i cristalli di vetro: ha inventato gli strass. L’apparente mancanza d’etichetta porta a ricevere gli amici più intimi con l’abito da casa: in negligè le signore, in vestaglia gli uomini. Dall’India si importa il metodo della stampa su stoffa che diviene leggera: seta, mussola e moire. Rifiutate le linee geometriche ci si avvia verso il morbido e il sinuoso. Si rimboccano i lembi esterni della gonna a formare sui fianchi due grossi pouflasciando in vista la parte sottostante, si accentua il punto vita chiudendolo stretto in un bustino. Anche l’abito maschile, si alleggerisce: la giacca si allarga sui fianchi, rimane sempre aperta, viene messo così in bella mostra il gilet mentre la cravatta diviene più preziosa.

La Rivoluzione

Verso il 1780 le gonne si accorciano a mostrare le scarpe e le caviglie, rimanendo imbottite sui fianchi. Il busto è spinto verso l’alto e ricoperto da uno scialletto. Ma per seguire la moda della Rivoluzione francese non sarà sufficiente seminare l’abito di nastri con i colori nazionali. Ci vorranno anni per imitare l’abbigliamento delle classi popolari. Il frac si scorcia, elimina i ricami e i bottoni come la giacchetta del popolo, la carmagnola, i pantaloni si allungano fino alle caviglie. In testa un feltro guarnito solo dalla coccarda nazionale. Le donne non portavano più né busti, né fiocchi, né nastri. Volutamente spoglie, quasi nude come dee mitiche avevano la vita segnata appena sotto il seno. La borghesia al potere è trasandata. Il loro intento è soprattutto di portare fino in fondo la rottura sia con il mondo precedente che con quello attuale nel quale non si sentono rappresentati.

Solo le campagne di Napoleone, riporteranno a corte il lusso. La sconfitta di Napoleone segna la fine della fragilità settecentesca. Il nudo ci dà appuntamento a duecento anni più tardi.

Eterei fuscelli

Alla fine del ‘700, la vita agreste anglosassone detterà legge con un gusto più semplice. Pantaloni attillati di morbida pelle di camoscio color panna, camicie ampie con colli alti fino a coprire il volto, il gilet si accorcia al punto vita confezionato in stoffe preziose. Lo jabot viene sostituito da cravatte di lino bianco, mentre in testa si porta un cilindro.

Gli abiti delle donne, colmi di frange e fiocchi, come fossero oggetti d’arredamento, tornano a coprire il corpo, la linea della vita scende e ritrova il punto giusto, le scollature scompaiono per vivere solo la sera, tornano i grandi cappelli con nastri e piume. La fanciulla romantica dell’Ottocento si “lega” in strumenti di tortura che la vogliono fragile, eterea. La vita deve essere sottile, le maniche, al contrario, gonfie, i piedi chiusi in minuscole scarpine piatte. Sembra che abbiano un solo desiderio: apparire deboli, bisognose di protezione. Per essere sempre più magre molte bevono aceto e altri intrugli. La moda torna indietro nel tempo, ai secoli bui del medioevo, romanticamente vagheggiato.

Eroine e Vespe

Mentre le classi più alte si ammalano di anoressia, per le nuove masse femminili dell’industria nascente la vita è un’altra cosa. Affamate, sprovvedute e ignoranti, sono tramutate in eroine del quotidiano dagli artisti della letteratura ottocentesca che restituiscono loro dignità di persona dopo che la moda e la sua falsa moralità l’hanno tenute come uccelli chiusi in gabbia. Si allargano le vesti e scompaiono gli stretti busti, le magre diventano decisamente out.

Tra le nobili a metà ottocento tornerà di moda la linea esagerata: ingabbiatura di ferro e ben cinque sottogonne di crinolina per sostenere la sottana. Negli stessi anni, però, in America, le “suffragette”, vestono pantaloni arricciati, chiusi alla caviglia. Ma in Europa la gonna diventa addirittura tripla e viene sollevata sul dietro con un drappeggio per raccogliersi sul sellino con una ripresa “a nodo”. Il corpino è proteso in avanti per equilibrare la spinta dietro. Solo verso al fine del secolo il sellino scompare: le donne scoprono lo sport. Si saccheggerà allora il guardaroba maschile.

Dal Liberty alla prima guerra mondiale

In questo secolo importante è la figura del sarto francese Paul Poiret. Interpreta lo stile liberty, sensuale e floreale, dando alla donna le movenze di una liana, senza forma. Stringe le sottane e le lega con nastri alle ginocchia e alle caviglie, rendendo impossibile il passo. Le donne sono tutte sirene. Diventa obbligatorio aprire le gonne sul dietro e mostrare, per la prima volta, la caviglia femminile agli sguardi degli estranei. Le nuove calze sono bellissime: trasparenti in seta nera. La nuova semplicità viene immediatamente bilanciata dai cappelli. La donna è una colonna con un copricapo per capitello. Le decorazioni non hanno freni: grappoli di frutta, fiori e foglie, uccelli imbalsamati, in aggiunta ai soliti nastri e tulle di seta. Si elimina il busto, ma la figura è chiusa in una stretta guaina che serra la donna da sotto il seno fino all’inguine, ad appiattire ventre, fianchi e natiche. La prima guerra mondiale seppellirà tutti i sogni di evanescenza. L’abito femminile diverrà quasi un’uniforme: gonna, camicetta, giacca maschile e berretto militare.

Dal charleston al tailleur

Gabrielle Chanel detta “Coco” sarà colei che apporterà i cambiamenti che le donne aspettavano da tempo. Le convince ad abbandonare i busti definitivamente, appoggiando in basso il punto vita. Nel giro di pochi anni scorcia la lunghezza delle gonne sotto il ginocchio e lancia un tessuto ritenuto adatto solo alle classi popolari, il jersey. Scompaiono le frange, i fiocchi, gli ori, le false decorazioni. Ma se gli abiti da giorno sono di una semplicità sconcertante, ci si sbizzarrisce con fantasia negli abiti eleganti per la sera. L’abito è solo una lunga, lussuosa canottiera. Una sottoveste esteriore. Il cappello a cloche, detto in Italia “pentolino”, è ben calzato in testa fino alla linea delle sopracciglia.

Negli anni ’30 la linea femminile si arrotonda. La vita torna al suo posto naturale mettendo in risalto il seno e i fianchi; le spalle non sono più morbide ma rinforzate da imbottiture. Il busto non torna, ma il reggiseno si. I capelli sono sciolti e arricciolati per merito di un’invenzione di questi anni: la permanente Marcel.

Dalla guerra alla libertà

La povertà della seconda guerra mondiale porta le riviste femminili a lanciare la moda dei vestiti patchwork: abiti di stoffe diverse per allungare e per rinnovare. Solo nel 1947, l’ottimista Christian Ernest Dior, creerà il new look, incitando al lusso, anche se per molti rimarrà solo un sogno la stoffa per rinforzare all’interno gli abiti con fodere di crine, stecche di balena e tagli sapienti.

Intanto la Francia diviene patria di un’altra scoperta scandalosa: il bikini, mentre negli Usa il cinema diventa il migliore mezzo di ispirazione per la moda. Tutti indossano i jeans di James Dean, i giubbotti di pelle di Marlon Brando, i golfini di una taglia più piccola di Marylin Monroe.

Ma sarà l’Inghilterra la fautrice del gusto moderno dagli anni settanta: l’invenzione della minigonna di Mary Quant corta fin quasi all’inguine, i nuovi comodi collants di nylon, i pantaloni, soprattutto jeans, entrano nell’abbigliamento quotidiano femminile. E’ il trionfo di tutto ciò che fa scandalo. Seni nudi, gambe scoperte, per un ritorno alla natura e alla libertà.

Classicismo, edonismo e povertà

La moda ormai è una grossa industria con migliaia di fabbriche dislocate nel mondo. Lo stile italiano, sicuro, garbato, senza eccessi e forte di un’antica tradizione, produce abiti di buon taglio e fattura conquistando il mondo.

Ci sono persone per le quali essere alla moda è quasi un obbligo sociale: il foulard deve essere di Gucci, il profumo di Dior, il golf di Missoni, le scarpe della Nike, la borsa di Fendi. Altre, soprattutto giovanissimi, seguono percorsi individuali di stili che invece, contrariamente ai loro intenti diventano spesso collettivi. Infine, purtroppo, c’è ancora una parte del mondo a cui la moda non interessa, perché gli abiti servono solo per coprirsi.

 

a cura di Francesca Pucci

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