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Trasporto sanitario, l’annoso dilemma del riordino della formazione dei soccorritori

Il disegno di legge presentato al Senato a firma dell’On. Gaspare Antonio Marinello prevede l’istituzione di un corso di abilitazione di circa 1000 ore per conseguire il titolo della figura professionale dell’autista soccorritore. Una proposta che ha fatto subito reagire Anpas, Miserciordie e Croce Rossa che sono i principali gestori del servizio di trasporto sanitario di emergenza e urgenza. Per capire quale sia il contendere lo abbiamo chiesto a Fabrizio Preglisco, presidente di Anpas.

Di cosa si discute quando si parla di corsi di abilitazione e relativi orari per i titoli di figure professionali legate al trasporto sanitario?
Occorre, per chiarirlo, fare qualche passo indietro. Il problema del profilo di soccorritore vede da anni una guerra tra due parti importanti del sistema emergenza-urgenza extraterritoriale. Storicamente il volontariato in Italia è sempre stato presente nell’assistenza ai malati in un terra di mezzo. Nel senso che la legislazione del passato, fino agli anni ’90, prevedeva la strutturazione del servizio pubblico cominciasse dal pronto soccorso, quindi dall’ospedalizzazione del paziente. Le iniziative del volontariato quindi supplivano a quello che all’epoca non era neanche considerato un servizio e che riguardavano l’intervento sul territorio. Nel passato si vedevano i fazzoletti bianchi sventolare per segnalare il trasporto di un malato. Non c’era la cultura che si è sviluppata recentemente. Ora siamo in una situazione di grande richiesta perché il servizio di trasporto non riguarda più solo il servizio di emergenza-urgenza ma anche i trasporti secondari inter ospedalieri, per quei pazienti che devono muoversi per fare esami urgenti e specialistici e anche trasporti per persone disabili. Tutto questo ha costi elevati. Uno studio della Fiaso – Federazione Italiana Aziende Ospedaliere dimostra che un’ambulanza base senza medico a bordo e solo con personale dipendente costa circa 700 mila euro l’anno. Con il medico a bordo arriva al milione e 200 mila euro. Nota bene: un’ambulanza di volontari allo Stato costa solo 250mila euro.

Che quota del servizio rappresenta il volontariato?
È un calcolo difficile perché non esiste un censimento complessivo ed è comunque un servizio a macchia di leopardo a seconda delle Regioni. Possiamo dire che sul 118 il 70-80% del servizio è garantito da noi con i nostri 100 mila operatori a testa per Anpas, Misericordie e Croce Rossa.

Se da una parte c’è il volontariato chi c’è dall’altra parte della barricata di questo conflitto?
L’altra anima sono i dipendenti degli operatori pubblici che, attraverso i sindacati, combattono per vedersi riconosciuta una loro posizione e in un’ottica di una migliore condizione lavorativa vogliono innalzare il numero di ore. Ecco che nasce così quella che definirei una guerra dei poveri. Sia chiaro, hanno ragione, la loro rivendicazione di un inquadramento è giusta.

E il problema quindi qual è?
Il guaio è che l’esigenza del volontariato di rendere il percorso formativo, che vogliamo, adeguato al nostro mondo non collima con le legittime richieste degli operatori pubblici. Loro chiedono mille ore mentre noi duecento. Il grande rischio è far prendere a queste due anime strade diverse avendo una profilatura diversa per le ambulanze dei volontari e quelle degli operatori pubblici. Questo perché senza equiparazione di formazione e competenze si generano ambulanze di serie A e di serie B.

Come si spiega, visto che siete un tassello fondamentale del servizio, vengano proposti disegni di legge che non vi considerano?
Perché spesso succede che le proposte vengano fatte su esigenze particolari che non hanno in mente il quadro generale. Se prendiamo l’ultima proposta dell’On. Marinello, si tratta di un’iniziativa nata per una problematica locale della Regione Sicilia, che vive una situazione complicata. La spiegazione è tutta qui. Non credo ci sia un astio o una preclusione nei nostri confronti.

Come si può ricomporre questo quadro?
Non è facile. Sono anni che ci proviamo. Da quando era ministro della Salute Fazio. La soluzione migliore sarebbe, a mio avviso, distinguere i compiti. Si potrebbe pensare ad un sistema in cui il volontariato continua a fare il 118 tradizionale mentre gli operatori pubblici si occuperebbero della parte specialistica.

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